Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

 

 

 

 

 

Tavola Rotonda: Anoressia e bulimia – Idee e ricerche a confronto –
Gradiva, 13 dicembre 2008

 

 


L’osservatorio analitico: contributi clinici sulla difesa anoressico-bulimica
(1)

di Sebastiano A. Tilli

 

 

 

 

1. Apertura.

 

 

    Buonasera a tutti, innanzi tutto ringrazio le colleghe che mi hanno preceduto per le ricche e circostanziate esposizioni. Dato che ero un po’ al corrente dei campi nei quali si sarebbero mosse, confesso che mi sono sentito autorizzato a concedermi una certa “pigrizia” – intendo dire per quanto concerne tutto un lavoro di inquadramento storico, ed anche teorico, del tema.
Premetto che non vi dirò niente di nuovo – ammesso che si possa ancora pensare di dire qualcosa di nuovo su problemi ormai così accuratamente approfonditi sotto diverse angolazioni – se non per riprendere alcune puntualizzazioni, a cui qui a Gradiva molti di voi sono già abituati, per cercare soprattutto di farvi sentire lo spessore di “realtà psichica” che si nasconde dietro queste etichette, di bulimia e anoressia. In una parola, la complessità del gioco del desiderio e della difesa dal desiderio, cioè la presenza di un soggetto, e la strategia inconscia che anima e sostiene questi esempi di ripetizione sintomatica.

 

    Ma vorrei iniziare, diciamo così, con leggerezza, con una gustosa immagine del poeta Gibran, un’immagine che ho ripreso più volte e che molti di voi forse ricorderanno:

 

Nella città in cui nacqui vivevano una donna e sua figlia, entrambe sonnambule.
Una notte, mentre il mondo era avvolto dal silenzio, la donna e sua figlia,
camminando nel sonno, si incontrarono nel giardino velato da una nebbia sottile. La madre pronunciò queste parole: «Era ora, era ora, oh mia nemica! Tu che hai distrutto la mia giovinezza e costruito la tua vita sulle rovine della mia! Se solo potessi ucciderti!».
E la figlia: «Donna odiosa, egoista e vecchia! Che ti insinui tra me e il mio io! Che vorresti la mia vita fosse un’eco della tua ormai svanita. Magari fossi morta!».
In quel momento un gallo cantò e le due donne si svegliarono. Dolcemente la madre chiese: «Sei tu, tesoro?». E ugualmente la figlia rispose: «Sì, mamma». (2)  
    Ecco, mi sembra che questa storia sia paradigmatica di una certa struttura di quella relazione diadico-simbiotica che da più parti viene richiamata al centro della relazione madre-figlia nel contesto appunto del disagio anoressico e bulimico. In questa modalità l’Altro è assunto narcisisticamente come una sorta di doppio antagonistico dell’io, nel quale il soggetto sembra aderire e perdersi (o “ritrovarsi”) senza individuazione della differenza, senza soggettivazione. - Ciò include anche i sentimenti “da sveglie”, che non si creda siano da sottovalutare: non c’è “più verità” nell’odio inconscio, rispetto all’amore da sveglie, perché a questo livello un sentimento si struttura in rapporto all’altro, è sempre in una relazione che si può definire qualcosa, altrimenti di per sé non significa nulla.
    Questo è un modello che ritroviamo nella struttura della rappresentazione bulimico-anoressica. Ma visto appunto dal vertice, dalla prospettiva di rappresentazione (cioè di realtà psichica) del soggetto, e non come struttura interpersonale, così come viene descritto da gran parte della letteratura attualmente più diffusa.
    In questa forma, è una modalità di relazione all’Altro che, per quanto egoisticamente e narcisisticamente, giunge comunque a “dirsi”, anche nelle forme più esacerbate.
    Questa è anche una tesi che sosteniamo, a partire dalla nostra esperienza clinica.
    Il soggetto ne parla, in analisi, e non di rado questa difficoltà è proprio portata come motivazione all’analisi. Cioè non tanto il disturbo cosiddetto alimentare, quanto la difficoltà di vivere e di viversi la relazione all’Altro.
    In vari casi queste persone hanno anche compiuto scelte tendenti ad abitare separatamente dalla famiglia, e questa separazione fisica sembra essere l’unico argine che consenta una relativa possibilità di autonomia e di libertà interiore (anche se sempre sull’orlo di una regressione). Ma non è questo aspetto “concretistico” che dovrebbe interessare in primo luogo all’analista.

 

 

2. Il nostro osservatorio. La domanda di analisi.

 

 

 

    A tal riguardo desidero premettere che io non sono un cosiddetto “esperto” di anoressia e bulimia. – Se per esperto si intenda un operatore specializzato in questo campo che pratichi all’interno di qualche struttura organizzata per la cura di questi disturbi, e che si trovi perciò ad incontrare un numero abbastanza elevato di persone che vi si rivolgono (o vi vengono portate) già con una diagnosi di disturbo alimentare.
    Nel nostro caso, di analisti che praticano nel privato, incontriamo piuttosto domande di analisi o di cura – e talvolta anche per situazioni sintomatiche assai severe – in cui il soggetto per lo più non si presenta con l’etichetta di bulimico, o di anoressico, ma questo aspetto del disagio emerge magari in seguito, a volte anche persino dopo più di un anno di lavoro, con il consolidarsi di una certa fiducia e di una alleanza analitica.
    Capite come questa circostanza rovesci, per molti aspetti, il tradizionale paradigma cui si appoggiano vari approcci terapeutici, individuali, gruppali o misti.
    Infatti, lavorare con persone che hanno posto una domanda d’analisi, e non già identificate in una diagnosi che le inquadra in una certa sindrome, costituisce al tempo stesso un limite ma anche un grande privilegio. Un limite, come molti potrebbero subito obiettarmi, in quanto la pratica analitica offre alla nostra osservazione solo un esiguo numero di soggetti, che per di più non si trovano, per così dire, nella fase acuta del disturbo. Altrimenti, com’è noto, non si rivolgerebbero ad una cura, nella forma di una domanda d’analisi, o di psicoterapia.
    Ma a questa obiezione risponderò che è proprio la circostanza di poter lavorare con persone che non si trovano più nelle fasi maggiormente restrittive o più seriamente compulsive del disturbo anoressico-bulimico, così come anche con soggetti in cui tali disturbi rivestono un’importanza più marginale, che ci permette di imparare e di poterne dire qualcosa. Abbiamo dunque il privilegio di poter creare le condizioni per far parlare la soggettività del sintomo, nella sua complessità e nelle sue articolazioni psico-dinamiche, mentre in assenza di una vera domanda e dei suoi sviluppi non ne sapremmo niente.
    Altrettanto si può dire per la psicosi. Da una psicosi per così dire “assoluta” – ammesso che fosse mai concepibile: anche il Presidente Schreber fornisce nelle sue memorie tutta una serie di elementi “dal di fuori” del delirio, che permisero, allo stesso Freud, di costruire significati del delirio – non potremmo ricevere niente, resterebbe un mistero assoluto. Ma dall’incontro con soggetti che si muovono fra tratti di pensiero psicotico e non, sono state intuite e formulate le più stimolanti e plausibili teorie in merito, utili per lavorare clinicamente, nei limiti del possibile, con la psicosi.

 

 

    Che cosa vuol dire questo? Significa che noi, dal nostro osservatorio, non incontriamo “sindromi” in sé, senza soggetto, da studiare come nomenclature psichiatriche o risultanti statistiche. Noi incontriamo persone, che pongono domande di analisi-cura-conoscenza di sé, e che portano in analisi anche il sintomo anoressico-bulimico come particolare forma, a volte strenua, di difesa.
    Inoltre il sintomo che l’analista incontra non è quell’a priori da cui un soggetto è afflitto anche prima di venire in analisi. O, per meglio dire, lo è anche – non si tratta di cose diverse, il soggetto è lo stesso – ma lo è alle condizioni in cui viene portato nella domanda analitica, e, solo nella misura in cui entra nella domanda noi ne possiamo sapere qualcosa, qualcosa di vero, intendo, qualcosa che ci parli della particolare forma di difesa che quel soggetto metterà alla prova proprio nell’analisi stessa.
    Ora, la nostra tesi è che, quando sussista una qualche forma di domanda d’aiuto che si articoli ad un transfert, il problema dell’Altro, nelle varie forme di una sua conflittualità, è sempre drammaticamente presente. Anche nei casi, o nei momenti, in cui sembra negato, rimosso, rigettato.

 


    In tal senso, cioè in relazione ad un transfert sufficientemente costituito, il “sintomo” anoressico-bulimico, al pari di ogni altra forma sintomatica, si presenta allora sempre per quello che è nella sua struttura, come una modalità – anche se certamente sempre assai radicale – di difesa che il soggetto mette alla prova nella relazione stessa di transfert. Per usare le parole di Nasio, il sintomo in analisi “invoca” l’Altro, qui rappresentato dall’analista, come figura – in genere molteplici figure – dell’Altro della domanda. Il sintomo ci sfida, ci mette alla prova, ci estenua…

 

 

    Si tratta allora di vedere quale tipo di difesa è in gioco, e da che cosa il soggetto si difenda. Qui è possibile, per l’anoressia-bulimia, al di là delle differenze peculiari di ogni soggetto, tornare ad una certa generalizzazione.

 

 

3. Impossibilità.

 

 

    Partiamo da una semplice constatazione, di ciò che abbiamo lì, a portata di mano nel transfert: il soggetto ci estenua proprio attraverso la ricorrente presentazione di impossibilità.  

    

    Queste impossibilità sono aspetti della stessa rappresentazione:

 

- impossibilità a staccarsi dalla tirannia del cibo, come godimento bulimico (tossicomanico) del tutto-subito (difesa bulimica);   

- impossibilità a staccarsi dalla tirannia del divieto di godere (difesa anoressico-ascetica);
- impossibilità a staccarsi, a separarsi, a evolvere oltre quella rappresentazione diadico-unitaria (con  la madre) che è presentata e patita come una sorta di condizione irrinunciabile di esistenza (difesa simbiotica).

 

 

    L’analista è l’Altro da convincere di questa impossibilità di separazione: al punto che, come spesso ripetono queste persone: “se lei muore, anch’io morirò”.
    Ma vorrei che teneste presente, a proposito del bisogno di convincere di una impossibilità, che se c’è da convincere vuol dire che non si è poi così convinti della propria posizione. Ciò significa che non si è del tutto nella difesa, altrimenti non si aprirebbe questa sfida. Non si dovrebbe mai dimenticare che un’analisi si svolge sempre in un complesso gioco dinamico di “parti”. Parti, che personalizzano di volta in volta, come in un teatro psichico, i vari aspetti del conflitto fra desiderio e difesa.
    E in questo gioco, per quanto attiene al nostro argomento di oggi, entra in primo piano anche il corpo, per effetti di assenza e presenza, per aggiunte o sottrazioni, con i suoi “troppo pieno” e “mai abbastanza vuoto”. Un corpo che comunque non è mai giusto, come diceva una mia paziente.
    Un’altra si esprimeva invece nei termini che “vedere e sentire più corpo” le dava sensazioni troppo forti, insostenibili, mentre meno corpo era per lei come “evitare la fusione-confusione con la madre”. Dunque: il corpo come simbolo dell’indistinto, del fusionale. Ma quanto inconscio transita in questo corpo-simbolo?

 

    Un tratto significativo della cosa è come (e quando) tutti questi aspetti entrano in azione nel contro-transfert analitico, ove svolgono una funzione di collusione da parte dell’analista con la difesa in atto. In tal caso si esce dall’ascolto, perché in verità si tratterebbe proprio di ascoltare – e quindi cercare di far parlare – proprio quel sentimento di impossibilità.
    Niente indica, del resto, che ci dobbiamo fermare di fronte a un sentimento di impossibilità.
    Questi aspetti infatti non ci giungono mai come irrelati, o univoci. E nella misura in cui qualcosa entra nella rappresentazione (in questo caso in particolare il sentire l’impossibilità) si può esser certi che non può essere preso come verità a se stante, ma è qualcosa che sempre rimanda ad altro, nelle sue valenze metaforiche e metonimiche, ed implica inoltre più livelli semantici. Compresa la negazione stessa di una semantica, di implicazioni di senso, come potrebbe sembrare nella ripetizione compulsiva.
    Ecco perché mi trovo d’accordo con un Recalcati quando afferma che la psicoanalisi non è un’ermeneutica, cioè non è una delle possibili interpretative, ma è piuttosto l’arte del dar parola ai limiti della parola.
    Nel nostro caso, ad esempio, si tratta di dare campo di ascolto a qualcosa che non è detto, ma che è implicito nel detto (è uno degli effetti dell’inconscio): se la paziente dice che le è impossibile realizzare una separazione dall’oggetto-Altro, sta in realtà non-dicendo che “sa” di cosa si parla e quindi sta forse solo cercando di farci capire che ha bisogno di un tempo, forse anche assai lungo, e che non sopporterebbe di sentirsi “in dovere” di affrettare uno scollamento dall’Altro simbiotico.  


    Quindi sta anche dicendo (non-dicendolo) che anche se la madre ha realmente tendenze simbiotizzanti e incestuali, è in realtà il suo bisogno di continuare ad utilizzare questa sua difesa che è in gioco nel lavoro d’analisi.

 

 

4. Mancanza, separazione, colpa.

 

 

    Se il sintomo pone in essere, a qualche livello, una domanda attraversata dall’impossibilità, anoressia e bulimia iniziano dunque a funzionare come significanti, entrano e giocano in rappresentazioni in rapporto appunto ad una difesa dal desiderio.
    Ora, questo era già noto al Freud delle prime ricerche cliniche, ai tempi della collaborazione con Breuer, si veda ad esempio il caso celebre di Anna O. (3) , oppure a proposito di Emmy Von N., per la quale anche un minimo aumento o arricchimento delle quantità e qualità di cibo e bevande significavano minacce e provocavano anche penose ricadute (4) . Al riguardo Freud riferisce come sotto ipnosi la paziente associasse al rifiuto del cibo tutta una serie di reazioni, dal ribrezzo all’angoscia, legate a particolari circostanze di implicazione affettiva e aggressiva.
    Nel caso in questione siamo sul versante isterico, ma Freud aveva anche già colto l’aspetto ubiquitario della difesa anoressica: “La nevrosi alimentare parallela alla melanconia è l’anoressia nervosa” (5) . Qui è già anche presente il nesso fra anoressia e melanconia, un nesso importante per quanto sarà poi sviluppato in rapporto alla questione del lutto, in particolare nella melanconia (depressione) vista come una forma di lutto per la perdita dell’oggetto, lutto che non può compiersi in quanto l’io si sostituisce all’oggetto, che in tal modo non è coscientemente vissuto come aggredito né come perduto. Per contro, una maniacale auto-svalutazione è indirizzata al proprio io, paralizzandolo così in una sorta di narcisistico arroccamento al centro del mondo – l’esaltazione della propria indegnità (6) .
    Ed anche nel contesto della paranoia: come nel caso della signora P., con le idee deliranti della paziente di vedere il pube di un’altra, pur sotto i vestiti, e viceversa, idee che insorgono durante un soggiorno in una località termale in cui le era capitato di vedere le nudità di altre donne, il rifiuto del cibo si collega ad un rifiuto della sessualità, di una sessualità proibita e perversa (ricordi di rapporti orali col fratello, quando era bambina) (7). Ma anche qui, come vedete, è in primo piano l’aspetto di incollaggio, di rispecchiamento narcisistico nel proprio stesso sesso.

 

 

    L’aspetto drammatico è rappresentato dal fatto che, in particolare nell’anoressia, la questione investe la funzione primaria dell’alimentazione, dell’oggetto cibo, e della relazione col datore di cibo, di vita. E questo è un aspetto che chiama in causa legami e reazioni radicali, di natura arcaica e primaria. Forse anche per questo tali sintomi portano spesso conseguenze tanto radicali. Per l’oggetto cibo, si sa, trascorrono le prime vicende del bisogno e dell’affetto, ed anche le prime esperienze dell’oggetto che causa il desiderio.

 

 

    L’analisi di anoressiche e bulimiche ci insegna che per queste persone proprio il desiderio è particolarmente minaccioso. Come tale, la fonte d’angoscia senza mezzi termini.
    Per la bulimica, perché costringerebbe ad abbandonare la sua postazione compulsiva, di godimento della cosa, tossicomanica, compensativa di una mancanza vissuta talora come insopportabile.
    Per l’anoressica, perché costringerebbe ad abbandonare la difesa idealizzante che essa erige contro la tentazione bulimica.
    Per ambedue, si tratterebbe di passare dal regime del “tutto o nulla” a quello di un “non tutto, ma solo ciò che dà gusto”. Ma per questo occorrerebbe essere fuori dalla struttura simbiotica.

 

 

    E’ tuttavia importante interrogarsi sul senso di questo sentimento di mancanza, perché questa non è una parola che spiega tutto e non è equivalente, nel tipo di incidenza, allo stesso modo per tutti.
    Perché la difesa bulimico-anoressica gioca sull’annullamento del nulla col tutto e del tutto col nulla?
    Cominciamo ad osservare che in realtà il problema non è la mancanza in sé – qui non abbiamo a che fare con una derelizione, un abbandono, una mitica Hilflosigkeit, come condizione data a priori – quanto con la difficoltà a realizzare una separazione. E’ questo ciò di cui ci testimoniano queste pazienti in analisi.
    E’ la separazione (dalla “madre”, dall’Altro, dalla Cosa, ecc. ) che si rappresenta come mancanza insopportabile, e specialmente come colpa. Del resto è proprio il sentimento di mancanza che spesso ricopre una funzione di misconoscimento nei riguardi della colpa.
    Ma anche la separazione non è un dato univoco, né concretistico; è pur sempre l’idea di separazione che per lo più risulta insopportabile. Un’idea che appare difficilmente elaborabile. Mi si richiamano al riguardo le espressioni di una celebre schizofrenica, che non poteva mangiare le mele se non erano le sue: altrimenti si scatenava la punizione da parte del Sistema (per lei un Super-io sadico, inflessibile, impersonale, eretto a Sistema, appunto), la colpa abissale, e allora si doveva sottoporre a particolari torture, anche assai cruente (8).
    In sostanza la giovane doveva concretisticamente mangiare solo le “sue” mele (operare quindi una separazione nella realtà) perché non era in grado di operare separazioni nel pensiero sulla base di una tolleranza dell’ambivalenza. Anche in questo caso una separazione comporterebbe sopportare il lutto della rinuncia all’onnipotenza.

 

 

 

5. Se mangio muore qualcuno.

 

 

    Può essere interessante, al riguardo, seguire alcune articolazioni di questa tematica, così come si svolsero nel corso della analisi di una paziente anoressico-bulimica su sfondo psicotico, che riassumeva in sé in modo particolarmente vivace la doppia difesa, bulimica e anoressica. Come già si è detto, proprio i casi più estremi possono insegnarci di più, perché in essi certi aspetti si manifestano con più evidenza, talvolta quasi in modo paradigmatico.

 

    Questa donna, non ancora trentenne, giunse a me dopo anni di pratica anoressica “dura”, molto confusa e angosciata per una precedente analisi finita male (cioè che lei riferiva interrotta per via di un acting out dell’analista), con tutti i segni somatici caratteristici, che non sto a riassumere. Ora oscillava drammaticamente fra la voracità (una fame “insaziabile”) e la relativa punizione, che sarebbe giunta sotto forma di morte.
    Inizialmente, e per un lungo periodo, il suo pensiero era rimasto attestato attorno all’idea delirante che se avesse mangiato sarebbe morto qualcuno, alternativamente la madre, oppure lei stessa, o un’amica. (Quale amica non era casuale, ma si trattava sempre di qualcuna implicata in desideri, rivalità, contrasti di prestigio, condivisioni abitative, ecc. ). Oppure lei e la madre (o l’altra) insieme.             
    O anche tutte insieme (“Ora si muore tutte e così è finita… “). Veniva in seduta dopo aver soddisfatto il godimento bulimico: “Avevo tanta fame, al bar ho mangiato un panino grosso così e ho bevuto una birra, e allora ho pensato che sarebbe morta la Tizia, allora volevo andare a vomitare. Stavo per telefonarle per sentire se era ancora viva”.
    A volte aveva anche telefonato per sentire la voce dell’altra persona, e ciò l’aveva momentaneamente tranquillizzata.
    Altre volte andava al gabinetto a vomitare. Allora pensava che forse, avendo vomitato, l’altra non sarebbe più morta, magari forse sarebbe stata solo un po’ male. – Come dice Amleto, c’è un metodo, in queste faccende… ). Oppure pensava: “Ora magari non muore lei, muoio io”. Oppure: “Se muore lei non muoio io”.
    Siamo nel dominio della dimensione diadica, del corpo a corpo io-tu, che giocano alternativamente all’interno di un noi.

 

 

    Dopo questo periodo, in una fase un po’ più avanzata dell’analisi, era in grado di rinunciare alla conferma esterna e per lo più anche al vomito. Mi diceva: “Avevo una gran fame, allora ho mangiato il panino, poi ho pensato che poteva darsi che fosse morta, ma perché dovrebbe essere morta solo perché l’ho pensato?”. Oppure, con una scissione: “Ma io che c’entro in tutta questa storia? Se muore lei, non muoio io, basta!”.

 

 

    Successivamente trova una particolare razionalizzazione (di tipo ossessivo-paranoico) che le permette di “concretizzare” plasticamente questa separazione fra il suo pensiero e l’altro: “Ho risolto il problema [dell’uccidere qualcuno]. Ho pensato che il mio pensiero, per funzionare [per far morire qualcuno], dovrebbe essere tutt’uno con l’altro, conoscere e permeare ogni sua parte, ogni cellula. Ma così non è, dunque non può morire nessuno!”.
    Si tratta di un modo originale di difendersi dall’onnipotenza dei pensieri. Un primo tentativo di separazione. Se volete, oserei dire, un abbozzo di castrazione.

 

 

    Per giungere poi ad una ulteriore formulazione, che per quanto posso dire rimase la migliore possibile, perché in seguito, per motivi vari e circostanze familiari, compresa la lontananza della loro nuova residenza, dovette interrompere l’analisi. Allora diceva: “Adesso mangio e penso [nel senso che posso pensarlo]: ora muore qualcuno?”.
    Ciò era da intendersi nel senso che il “poter giocare” a pensare la morte corrispondeva alla possibilità di mangiare.
    Qui vi sarebbero importanti implicazioni, che non ho ora il tempo di sviluppare (9).

 

 

6. Un Super-io troppo esigente.

 

 

    Torniamo infine, per avviarci alle conclusioni, alla dinamica del “se mangio muore qualcuno”. Semplificando molto, la stessa domanda che lei in seguito aveva cominciato a porsi: “Ma perché deve morire qualcuno?”, era stata per così dire “lavorata” lungamente in analisi, com’è nostro stile, nel senso di cercare di far emergere “chi” fosse l’altro del discorso, e cioè l’agente che provocava tale morte.
    Così pian piano prese forma un aspetto ancora impersonale ma inflessibile, un’entità che dispensava la punizione di morte. Per usare il giusto termine, un Super-io, appunto, crudele e onnipotente. Ciò che prima era un’angoscia senza riferimenti, e la rappresentazione di una morte quasi automatica, senza senso, nel cerchio chiuso della dimensione io-tu, acquistava ora la connotazione simbolica di un atto omicida perpetrato in applicazione di una legge sì ferrea e spietata quanto del tutto irrazionale, ma rappresentata da un’istanza per così dire terza (il Super-io crudele), e che proprio in quanto introdotta in questa dialettica cominciava ad essere più maneggiabile dal soggetto.
    Fra l’altro assocerà a questo anche l’impulso irrefrenabile di mangiare. Nel senso di un dover soggiacere ad un comando – quello che in ambito lacaniano è invalso designare come imperativo del godimento: devi mangiare = devi godere.
    Ma per noi è rilevante un fatto, di evidenza clinica e pratica: che se c’è un comando, c’è qualcuno che comanda, qualcuno fra se stessi e l’oggetto cibo.
    Così come c’è questo stesso qualcuno fra se stessi e il divieto.

 

 

    In sintesi possiamo osservare che tanto l’imperativo di godere quanto quello di astenersi sono le due facce di un rapporto di assoggettamento alla tirannia perversa di un Padrone inflessibile e crudele al quale il soggetto ha consegnato completamente il proprio volere.
    Ma questo significa che vi ha consegnato anche il proprio piacere. Nella difesa anoressica, in particolare, il godimento interdetto è spostato proprio in questa relazione all’Altro, al Padrone ideale, in quel compiacimento onnipotente e sadomasochistico che si sviluppa nella relazione idealizzata di servitù: vedi come faccio di tutto per avvicinarmi a quell’Ideale assoluto di astinenza che Tu mi comandi.
    Non inganni l’aspetto algido dell’anoressica. Anche qui, per dirla con Freud, Eros la fa da padrone, ma bisogna saperlo trovare, stanare dal suo nascondiglio. Ciò che qui si erotizza è appunto la relazione di dipendenza-dedizione-assoggettamento al comando assoluto. Per questo non è facile rinunciare ad una postazione che lascia nelle proprie mani, in fantasia beninteso, tutto il controllo sull’Altro.
    A conferma che in ogni caso, anche quando sembra che si tratti di un mero incollaggio al godimento della cosa-cibo, un discorso c’è comunque. Il nostro piccolo esempio ci ha mostrato, per di più, come anche nel contesto di una modalità di pensiero a sfondo psicotico sia possibile un ri-posizionamento soggettivo, l’accesso ad una simbolizzazione prima rigettata, dalla logica del Tutto-o-Nulla ad una più relativa, che ammette il non-tutto e il come-se. Come ho detto prima, dal Tutto-o-Nulla verso un principio di separazione.

 

 

7. Lutto e onnipotenza.

 

 

    Ma lavorare al distacco, alla separazione, poterla sentire come risorsa vitale, come spazio per i propri desideri, e non solo per i propri, comporta la necessità di soffrire un lutto, e ciò è spesso intollerabile. Occorre attraversare e sopportare il lutto per la rinuncia al fantasma di onnipotenza. Ciò aprirebbe al riconoscimento della ambivalenza dei sentimenti verso l’oggetto, e al superamento della necessità di quella difesa schizoide che separa il Bene dal Male in modo rigido e assoluto, erigendo una disumana idealizzazione narcisistica. Nell’esperienza della relazione, la Cosa-cibo, così come la Cosa-madre, non è mai un Tutto omogeneo, ma implica sentimenti anche fortemente opposti. E proprio questo è il difficile, infatti riconoscersi una tale ambivalenza implica una vera, dolorosa, assunzione di responsabilità, farsi cioè responsabili, sulla propria pelle, dell’amore come dell’odio.

 

    Una assunzione molto penosa, spesso intollerabile per l’angoscia di colpa che essa libera. Colpa di aver desiderato una separazione che per il soggetto, nella logica del Tutto-o-Nulla, equivale fantasmaticamente al toglier di mezzo l’altro: vita mea, mors tua. Nel cerchio chiuso di tali aderenze e rispecchiamenti, il desiderio di separazione non può infatti esser vissuto come tale, presentandosi piuttosto nella forma di una fantasmatica di sparizione dell’Altro, cosa di cui il soggetto è anche talora drammaticamente avvertito, sotto forma di pensieri angosciosi e fobie di morte, dell’Altro. Con l’aggravante che, dato che in tale struttura arcaica indifferenziata della relazione l’Altro è anche “troppo” se stessi, il toglierlo di mezzo equivarrebbe ad annullarsi, ad una morte-di-sé. Ricordate il tema ricorrente: “se muore lei muoio anch’io”?.
    Si comprende allora perché l’idea di separazione possa essere vissuta, a tali condizioni, come “irrappresentabile”.
    Da tutto ciò protegge, viceversa, la masochistica dedizione-obbedienza al Super-io intriso di Ideale.


    In fin dei conti possiamo dire che, sotto questo profilo, l’anoressica non è propriamente un’eroina del desiderio, non cerca in realtà di alimentare il proprio desiderio, di renderlo riconoscibile, quanto piuttosto pretende di vedere esibito quello che per lei dovrebbe essere il desiderio dell’Altro, trincerandosi così dietro questa ulteriore impossibilità. Perché è certo che quello non potrà mai essere all’altezza dell’Ideale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1) Ricostruzione dell’intervento orale.

 

 

(2) Gibran Kahlil Gibran, Le sonnambule (1918). Tr. it. Di Giulia Angarano, in: Il precursore e Il folle. Guanda, Parma 1995.

 

(3)Breuer J., Freud S., Studi sull’isteria (1892-95). Tr. it. Di Carlo F. Piazza, Freud-Opere, 1, Torino, Boringhieri 1967, p. 191.

 

(4)“Lo farò perché lo vuole Lei, ma, glielo dico prima, finirà male, perché è in contrasto con la mia natura, ed anche mio padre era così.”. Ivi, p. 241. Il corsivo è mio, a sottolineare il tratto di identificazione.

 

(5)Vedi Minuta G a Fliess (1895). Tr. it. Freud-Opere, 2, Torino, Boringhieri 1968, p. 30.

 

(6) Cfr. S. Freud, Lutto e melanconia (1915). Tr. it. Di Renata Colorni, Freud-Opere, 8, Torino, Boringhieri 1976, p. 102 sgg.

 

(7)Freud S., Nuove osservazioni sulle neuropsicosi da difesa (1896). Tr. it. Di Adele Campione, Freud-Opere, 2, cit., p. 303 sgg.

 

(8)Si tratta della protagonista del Diario di una schizofrenica (1950, tr. it. Di Cecilia Bellingardi, Giunti, Firenze 2000), pubblicato a nome della sua analista Marguerite Sechehaye, che vi appose il commento psicoanalitico, e da cui fu tratto anche un film per la regia di Nelo Risi, nel 1968.

 

(9) Trovo opportuno arricchire questa stesura con un passo di un caso di Hanna Segal, una scrittrice con sintomi anoressici, in cui si evidenziava una analoga relazione stretta fra poter pensare la morte (come riconoscimento del limite, della castrazione) e uscita dallo stato di inibizione artistica. Riferisce l’autrice che usare le parole: “[...] era da lei sentito come un atto aggressivo. Inoltre, adoperare le parole era per lei «rendere finite e separate le cose», cioè significava riconoscere che il mondo era altro da lei, e le procurava una sensazione di perdita. Sentiva che usare le parole le faceva perdere l’illusione di possedere un mondo infinito, indiviso, col quale ella formava un tutto: «Quando si nomina una cosa, in realtà la si perde». [...] Poiché rifiutava di affrontare questa minaccia di morte al suo oggetto e a se stessa, ella doveva formare i vari sintomi escogitati magicamente per controllare ed evitare la morte. Dovette abbandonare anche l’attività letteraria. Per poter scrivere di nuovo, si sarebbe dovuta spogliare dei suoi travestimenti, ammettere la realtà e diventare vulnerabile alla perdita di oggetti e alla morte.” (Hanna Segal, Un approccio psicoanalitico all’estetica. In: Klein M., Heimann P., Money – Kyrle R., Nuove vie della psicoanalisi, 1955. Tr. it. Di Ulrico Pannuti, Il Saggiatore, Milano 1966, p. 506).