Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Stralci dalla giornata di studio sul sogno

 

di Massimo Caluori


La memoria è ricostruzione ...

 

Ne facciamo sovente esperienza quando in momenti diversi raccontiamo, con particolari sostanzialmente differenti, uno stesso fatto, o quando ascoltiamo resoconti divergenti, tanti quante sono le persone che riferiscono di un’esperienza comune (la validità di oggettivazione nelle testimonianze in ambito giuridico…)

Se ricordare è ricostruire, anche il racconto di un sogno va inteso come una forma di ricostruzione.
L’approccio al sogno ne deve tener conto; non si analizza il contenuto del sogno in quanto esperienza, poiché la sua struttura ed il suo sviluppo non sono noti neanche al sognatore, perché attingono a ciò che non si conosce.
 "L'inconscio nella sua intima essenza ci è sconosciuto quanto la realtà del mondo esterno e il sogno è la ‘via regia’ alla conoscenza di esso” (Freud,  L'Interpretazione dei sogni).
         Il lavoro analitico dell’interpretazione onirica, ciò che ha a che vedere con il sogno portato in analisi e che, in quanto tale, acquista un senso interpretativo proprio perché immerso nell’esperienza analitica, si estende sulla sua ricostruzione, riconducibile alla comunicazione verbale che ne viene fatta dal paziente.

Del sogno come esperienza notturna, impregnato com’è di istanze che prescindono la coscienza, poco ne rimane (e poco importa), perché i filtri e gli adattamenti necessari per permetterne una comunicazione, sia alla coscienza di chi sogna sia a quella di chi ascolta, lo trasformano in qualcos’altro che è ricostruzione.

E quello che interessa è appunto la ricostruzione con tutti i processi in essa implicati.

Per tale motivo il modo con cui la produzione onirica viene affrontata nell’ambito della linea di pensiero della nostra Associazione, e che attinge alla modalità rappresentativa, ne fornisce un’esplorazione a più livelli, partendo in primo luogo dalla sua contestualizzazione.

Questo significa che i fenomeni di spostamento e di condensazione, così come l’elaborazione secondaria, si prestano a letture attualizzate, in relazione al momento psichico del soggetto: lo stesso sogno, ripreso a distanza di tempo da una sua prima interpretazione, può tracciare un nuovo percorso interpretativo, funzionale ai processi psichici più contingenti e per questo più emergenti, nella realtà psichica del paziente.

Lo stesso significato simbolico non si grava di connotati granitici, ma si arricchisce di nuove letture plastiche: non certo per accollarsi il diritto di un libero movimento nell’interpretazione, ma per rispettare la plasticità su cui è impiantata la ricostruzione del sogno stesso ed i suoi contenuti simbolici, rinunciando alla tentazione di aderire alla consultazione di un dizionario dei simboli.

Ed accade sovente che lo stesso sogno venga narrato, con ferma convinzione, dalla stessa persona, in due momenti diversi, con contenuti dissimili: di quale sogno si sta parlando?

Certamente quello che interessa è la componente rielaborativa del ricordo, che ha determinato, ancora una volta con modalità inconsce, spesso come risposta allo stesso procedere del lavoro analitico e quindi al transfert, la modellazione di un nuovo racconto.

Il sogno di per sè è immutabile, solo nella libertà della sua stessa esperienza, per il sognatore che dorme, una libertà imprigionata e una costrizione senza confini come lo definisce Keats, ma si trasforma in qualcos’altro anche per lo stesso sognatore sveglio e per chi ne raccoglie il racconto, l’ovvia frattura fra l’esperienza ed il racconto dell’esperienza, come afferma Lacan.

Alcuni anni fa il nostro Istituto ha promosso, in tre diverse riprese, un percorso esperenziale di gruppo sul sogno, definito a tratti come una metafora (tra morte e rinnovamento) e come una rappresentazione.                        

Il gioco della ricostruzione di un racconto onirico veniva amplificato dall’utilizzo dello psicodramma e delle arti marziali, ed in un’occasione associato al mito ed a alla fiaba, permettendo di cogliere elementi percettivi ed emotivi carichi di densità e spessore, e che il semplice (si fa per dire) linguaggio verbale, non avrebbe mai potuto trasmettere.

In questo, così come all’interno dell’alcova dello studio psicanalitico, rivive l’affermazione di Resnik che asserisce che l’interpretazione di un sogno è già un sogno, e che gli ha permesso di affermare, colto in un momento di distrazione da una sua paziente durante un suo racconto onirico: “Mi sono smarrito nella foresta del suo racconto”.(Il teatro del sogno, Boringhieri, 1982)

 

 

“Le correnti che collegano il mondo diurno a quello notturno fluiscono in due sensi contrari, come quelle del mitico fiume Euripo. Il giorno produce una messe continua di emozioni ed esperienze, sensazioni e sentimenti, preoccupazioni ed ansie, desideri e paure che vengono incanalati verso il mondo della notte, alimentando le fonti segrete del sogno. A loro volta i sogni riciclano nel mondo diurno i mostri e le chimere, le torture e le delizie, i sospetti e le rivelazioni, manufatte -o per meglio dire mantefatte - nella fucina onirica. Le fantasie diurne emigrano nel sogno notturno; gli incubi notturni rimpatriano al di qua della frontiera della veglia. Chi ignora questo traffico, il miope positivista, è, quasi per definizione, uno sciocco. Chi crede di poterlo controllare e spiegare, il mistico fanatico o l’analista ortodosso privo di dubbi sulla sua missione, è, quasi per necessità, uno sciocco di tipo diverso.. Quando si scrive sul sogno bisogna cercare di evitare queste due sciocchezze”. (Almansi, Bèguin- Teatro del sonno, Garzanti, 1988, pag.43)