Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Tracce per una discussione:
Il sogno in analisi non è il sogno al di fuori dell’analisi.

 

 

di Sebastiano A Tilli

 

 

C’è forse, se pur declinata in interessi diversi, una domanda comune alla base di questa occasione di scambio e studio assieme e può riassumersi in questi termini: perché e come ci occupiamo del sogno, oggi, da analisti?

Nell’augurare agli sviluppi delle nostre interrogazioni e al lavoro della giornata di studio una possibilità di rilancio e, perché no?, anche di qualche risposta – se mai ce ne saranno – alle nostre domande, desidero sottoporvi intanto alcuni spunti (“tracce”, appunto) su cui lavorare insieme. Senza pretese di completezza, ma per partire da una certa prospettiva di orientamento che mi piacerebbe considerare come una sorta di minima metapsicologia “rappresentazionale”. 

Il sogno, preso nella sua interezza di contenuto manifesto, corrisponde al desiderio di senso (più o meno) compiuto – desiderio che attiene all’io – che opera nella sua ricostruzione (e su materiali già riorganizzati, al risveglio e successivamente, in guisa narrativa dal processo secondario). In tale forma si presta e seduce ad un approccio pre-psicoanalitico, che corrisponde alla compulsione al senso e alla sintesi caratteristica delle istanze più difensive dell’io.

Identificare il sogno con questa ricostruzione comporta anche la presunzione di un “regista” del sogno, di una “mente” (inconscia) che opera sui pensieri del sogno, cosa che fra l’altro è da ritenersi del tutto estranea agli intendimenti di Freud.
Senza contare che il sogno di cui si tratta è sempre un racconto di qualcosa d’altro.

Occorre diffidare di enunciazioni generiche del tipo che “il mito è il sogno dell’umanità” e che “il sogno è il nostro mito personale”, ecc. – anche se provenienti da autori per altro degni del massimo rispetto. Sono suggestive ad un certo livello, prese per una certa intenzione del discorso, ma fuorvianti se intese nel significato letterale che in genere si vuole loro attribuire.
E’ facile vedere la differenza: il mito è un prodotto di progressive elaborazioni narrative (secondarie) che ne fissano le successive configurazioni formali; procede nell’ordine del lavoro della civilizzazione e propone comunque una visione simbolica (e in parte psicagogica) del mistero, su vari piani: cosmologico, sociale, delle origini, della natura umana, dell’amore e della morte, del destino individuale…
Il sogno, viceversa, non ha queste pretese, ottiene temporaneamente dall’elaborazione secondaria la patente per circolare, ma è stato assemblato “altrove” e senza un perché. Non ha alcuna funzione pedagogica né identitaria: è una faccenda di “tracce” (non a caso nel sonno l’io è abolito) e può “significare” solo in un après-coup, a partire dalla disposizione interrogante di un soggetto.
Per questo il sogno di cui capita di occuparci in analisi non è lo stesso di cui si può parlare altrove. Il sogno in sé forse non significa nulla(1), mentre in tale contesto (in analisi) è suscettibile di significare perché si pone in ordine alla domanda e al transfert e come tale entra nel circuito della domanda di senso e nel campo del desiderio (per l’esplicazione di questi punti sono costretto a rimandare al mio: Al di là del principio di guarire, in particolare I capitolo, prima parte).

Non ci si confonda con il fatto che Freud ha sostenuto che il lavoro del sogno conduce alla soddisfazione del desiderio inconscio. Ciò è tutt’altro che una finalità di senso. Egli stesso lo chiarisce abbondantemente: appagamento sì, ma allucinatorio; in linea con le condizioni stesse del dormiente. Scambiare tali appagamenti per “significati” sarebbe semplicistico, come Freud stesso è più volte tornato a precisare (2).

Quanto al sogno preso ipoteticamente in sé(3), i suoi elementi di rappresentazione, in quanto tracce (tracce di stimoli esterni, i resti diurni, potenziati da tracce di desiderio inconscio), sembrano presentarsi come in un gioco di significanti su cui ha operato (per combinazione, spostamento, condensazione, rimescolamento, ecc.) il processo primario.

L’impressione di eccezionalità, sorpresa, umorismo, persino creatività, che certi sogni danno è conferita dal rapporto-ponte che si stabilisce appunto tra materiali così dis-organizzati e la ripresa di un pensiero organizzante (cioè egoico, tendente al senso compiuto) che ne viene in qualche misura destabilizzato e arricchito al tempo stesso (similmente a quanto avviene per mezzo del lapsus).

In merito a ciò inviterei, e soprattutto i più giovani che generalmente tendono con più facilità all’infatuazione e perciò non al rigore, ad un ripensamento sul prezioso lavoro compiuto da Freud al riguardo, di cui si potrà dir tutto, ma non che non si sia interrogato in profondità e a ragion veduta, a più livelli e anche in relazione alle condizioni fisiologiche del dormiente.
Questo aspetto della cosa non è trascurabile, perché un organismo in stato di sonno è tale in quanto per dormire deve abolire in massima parte l’io, è – come sottolinea Freud – in una sorta di ritorno allo stato fetale, e ciò è anche testimoniato dalla posizione che molti assumono nel dormire. Ciò comporta una regressione, che Freud indicò come temporale e come topica. In breve significa che il cervello dormiente, quando per certi stimoli comincia ad attivarsi nel senso rappresentativo (sogno) è immerso in uno stato narcisistico e funziona per così dire al contrario, cioè traducendo i pensieri in percezioni, perché l’io è assente – e quindi secondo il principio che l’immagine (la rappresentazione di cosa) è un livello più arcaico rispetto alla rappresentazione di parola, e in virtù dell’appagamento allucinatorio di desiderio. Per questo il sogno ci appare per lo più in forma di immagini, drammatizzato. L’io, come io-coscienza, io-volontà, io-pensante, è abolito, ma “si vede” nella sua stessa percezione speculare nella visione onirica.
La rappresentazione visiva si intreccia talora con resti di rappresentazioni di parola sfuggiti alla trasformazione in immagine (i discorsi del sogno), come parole, frasi o frammenti di discorsi uditi nel giorno o comunque in prossimità del sogno, o anche “ripescati”, talvolta, dalla memoria più lontana e interpolati nel contesto del sogno, e soggetti, per effetto del funzionamento significante che opera in assenza dell’io, a quei caratteristici giochi di scomposizione, spostamento, condensazione o scambio che ci sono ben noti.

Il sogno, metapsicologicamente parlando, è dunque uno degli esempi più limpidi di rappresentazione, cioè di realtà psichica. Purché si intenda nella particolarità del rapporto fra qualcosa che ha lavorato senza la nostra partecipazione e la sua “ripresa” da parte dell’io, di cui il soggetto è tornato ad essere cosciente.

Dire “rappresentazione” – nella nostra accezione “forte” di realtà psichica percorsa dal desiderio – comporterebbe molte precisazioni e approfondimenti. Mi limito, per necessità, ad alcuni spunti:

- In questa prospettiva, la rilevanza del sogno (in analisi) si apprezza nel fatto che a partire da esso si rimodella un discorso col supporto dell’immaginario, e questo non è indifferente dal punto di vista delle potenzialità di una trasformazione simbolica. Ma il “discorso” non è nel sogno, ma si dipana a partire dal porre il racconto del sogno in relazione all’altro, nel circuito della domanda.

- Nella scena onirica abbiamo esperienza del nostro io immaginario, che essenzialmente corrisponde alla parvenza della nostra immagine specchiata in cui ci “riconosciamo” identitariamente.


Ma il sogno utilizza in larga misura personaggi e figure, attinte dalla realtà o del tutto fantastiche, che funzionano bene come altrettanti tratti di identificazione (il sogno è egoistico e rappresenta sempre di se stessi). Queste “personae” si possono cogliere bene nella loro funzione attraverso il concetto di identificazione proiettiva (Klein – Bion). Cioè in quanto rimpasti di identificazioni e proiezioni che il soggetto attua nella vita diurna, attività insopprimibile e alla base del plasmarsi e riplasmarsi identitario dell’io (l’identificazione, in questo senso, non è una volta per tutte).
Tutto questo è da intendersi nel registro dell’immaginario.

- Il sogno, ricordato e raccontato, si fa discorso nella misura in cui il soggetto se la deve vedere con la necessità di interrogare le rappresentazioni di senso in rapporto al proprio desiderio di riconoscimento (il soggetto e il suo dirsi). Qui non è in gioco tanto l’io come struttura immaginaria, quanto come soggetto al linguaggio. Questa dinamica del lavoro analitico col sogno è da intendersi, almeno virtualmente, nel registro simbolico.

Il lavoro sul sogno, in analisi, procede dunque in questa direzione, perché è soggetto al transfert, anche sul versante dell’attesa di parola. Entra nel circuito del “dirsi” del soggetto, ma proprio per l’effetto di estraniazione che esso produce (il sogno l’ho fatto proprio io e non posso nascondermi, ma al tempo stesso mi giunge come altro) lascia molto spazio ad un “dirsi altro” che è accettato come non riducibile più di tanto a ciò che l’io difensivo vorrebbe controllare e filtrare.
E’ quindi un “dirsi” di cui si può stare in ascolto senza gli “svantaggi” del dire egoico, che in quanto dire cosciente è autoreferenziale e sempre in perdita (perdita di complessità, di ascolto, di profondità… ).

Per concludere, il dirsi, in analisi, attraverso il sogno, è un dirsi che riesce ad aggirare, almeno in buona misura, il tornaconto del sintomo.


(1) Il che non vuol dire che non vi “circolino” dei pensieri. Sotto questo profilo, forse, la “funzione” più convincente che potremmo attribuire al sogno, oltre a quella di guardiano del sonno, sarebbe, con Bion, quella di “metabolizzare” le emozioni brute, trasformandole in rappresentazioni.

(2) Ad esempio in questa forma: “Non si può assolutamente sostenere che i desideri inconsci, una volta divenuti coscienti, dovrebbero essere assunti come delle realtà, poiché, com’è noto, il nostro discernimento è perfettamente in grado di distinguere le cose vere dalle fantasticherie e dai desideri, per intensi che siano” (Freud, Supplemento alla teoria del sogno, 1915, p. 97).

(3) Vi sono racconti di sogni che danno l’impressione assai viva di essere più “prossimi” all’esperienza onirica in sé. Capita ad esempio con i sogni raccolti al registratore da chi si sveglia durante o immediatamente dopo il sogno stesso: la ricostruzione secondaria è evidentemente minore, perché questi appaiono più frammentari, più incongruenti, più slegati nelle loro parti di quanto non lo siano quelli riferiti o scritti a una certa distanza dal risveglio.