Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Estratti da:
Giornata di studio sul sogno


Adalinda Gasparini

 

 

 

Consegnami il tuo abisso -

lo imbottirò di sonno

Mi sarai grato (grata)

per le quattro zampe su cui cadere.

 

(W. Szymborska, Foglietto illustrativo)

 

 

 

 

Mura virtuali di psicofarmaci imprigionano e nascondono allo sguardo la follia come le alte mura dei vecchi manicomi o lazzaretti. Apparentemente più morbidi, puntano a nascondere anche il dolore, il lutto, la pena di vivere, e persino l’eccesso di vita dei bambini. La medicalizzazione delle emozioni non è una deriva della cultura dominante, che propone all’io la colonizzazione dei popoli diversi, delle classi inferiori, dei bambini e degli anziani, ma il suo sbocco coerente. E la ribellione antiautoritaria che promette liberazione ne costituisce una versione speculare, arrivando, con un movimento inverso, allo stesso punto.
La disillusione sembra restringere il campo, ma è un’illusione ottica, perché lasciandola cadere si apre un nuovo campo, impensabile prima: non è deludente che la psicoanalisi esista in spazi limitati, confrontandola all’estensione di cure psico-ortopedistiche a base di farmaci o tecniche terapeutiche, è piuttosto confortante che esista nonostante queste, che sono l’espressione della difficoltà di ascolto della realtà psichica.
La letteratura, e forse tutta l’arte, le cangianti ricchissime tradizioni popolari, offrono materia per riconoscere la presenza dell’inconscio, con la sua grammatica di simboli e la sua sintassi di metafore e metonimie che si snodano e si avviluppano le une nelle altre, ma hanno una differenza rispetto al sogno notturno, via regia per l’inconscio, che le rende adatte a fornire semmai preziosi fondali, punti di riposo e conforto, di sosta, nell’odissea del domandare.
Vorrei dire che nelle opere letterarie, ammettendo che partecipino della realtà psichica, cioè al di là del controllo egoico, servendo non meno che padroneggiando la coazione all’identità dominante, è talmente esteso il lavoro secondario, in particolare dalla considerazione di raffigurabilità, che il loro fruitore può agevolmente ignorarne il volto rivolto all’inconscio. Eppure l’esercizio dell’analista sul sogno somiglia al lavoro del filologo, includendolo:

 

Nell'interpretazione del sogno abbiamo accordato lo stesso apprezzamento ad ogni sfumatura dell'espressione linguistica presentata dal sogno; anzi, quando ci veniva presentato un testo assurdo e lacunoso, come se lo sforzo di tradurre il sogno nella sua giusta formulazione non fosse riuscito, abbiamo rispettato anche questa manchevolezza dell'espressione. Per farla breve, abbiamo trattato come un testo sacro ciò che a detta degli studiosi sembra essere un'approssimazione arbitraria, abbracciata frettolosamente in un momento d'imbarazzo. (Freud, 1900, Traumdeutung, 469-470)

 

Lo psicoanalista che esercita sulla fiaba o sul romanzo il suo sguardo subito cerca il volto rivolto all’inconscio, per indizi che il critico classico ignora, ma il suo discorso è spendibile solo fra chi condivida la passione per questo gioco, potendo risultare arbitrario per i critici letterari e inutile per gli psicoanalisti. Allo stesso modo un autentico sogno notturno elaborato da uno scrittore troverà efficacia comunicativa perdendo l’arbitrarietà nella significazione, che trova ascolto soltanto in una relazione transferale. Alla fine si può ipotizzare che un sogno letterario che utilizzi materiale notturno non sia diverso da un sogno inventato.


Lo scrittore australiano Murray Bail riconosce dalla sua parte la differenza radicale tra sogno notturno e sogno letterario:

Nei racconti le descrizioni dei sogni sono da affrontare con cautela. Poiché è chiaro che si tratta di sogni inventati a bella posta per essere inseriti nella narrazione. Ma le storie si possono inventare, i sogni no. Non scaturendo naturalmente dall'inconscio, un sogno inventato rimanda una nota falsa, più che altro è la descrizione di qualcosa "simile a un sogno": ecco perché i racconti di sogni appaiono stranamente privi di senso. (Eucalyptus, p. 198)

 

Troviamo un problema analogo parlando dei sogni fuori dal lavoro d’analisi, e in genere nella presentazione di casi clinici, piuttosto rari nella letteratura psicoanalitica che eredita con molti disagi il patrimonio della fase pionieristica.

Non tanto la natura dei sogni notturni è diversa da quella dei sogni letterari, e, per estensione, dei sogni riferiti fuori dalla relazione analitica, perché la diversità che rende incomparabili le due categorie riguarda la loro intenzione comunicativa. Nel sogno letterario, come nel caso clinico riferito in letteratura, le domande e le interpretazioni, o le costruzioni, sono elaborate a-posteriori, e il lettore che non conosca il processo di elaborazione può a buon diritto mantenere il suo giudizio estetico e le sue difese. Lo psicoanalista, scrivendo di sogni, avrà in mente due gruppi di destinatari: gli altri analisti, talora solo coloro che hanno una formazione analoga alla sua, e gli altri. Dal pubblico interessato ma privo di esperienza analitica si aspetterà, nella migliore delle ipotesi,  un’attenzione benevola e curiosa.


Si tratta quindi di descrivere insieme al sogno il suo terreno, la domanda di parola non meno che la parola stessa. Per descrivere i nostri transiti sulla via regia, che si potrebbe anche nominare come via maestra, va precisato che il sogno notturno non è via regia per le sue particolari metaforizzazioni, le sua catene metonimiche, il trascorrere rappresentazionale fra parole e figure, percezioni e nuclei concettuali, residui diurni e brandelli d’infanzia. Né perché presenta simboli e strutture narrative che si connettono suggestivamente con fenomeni culturali di grande portata.


Non è via regia perché la condensazione e lo spostamento formano una rappresentazione dotata di una fecondità significativa paragonabile a quella della poesia: ogni volta che si torna a leggere un sogno vi si trovano sensi nuovi solo a volte presentiti, mai saturabili, inesausti.
Forse è via regia o via maestra perché nel lavoro analitico offre in grado massimo l’occasione per non distrarsi dalla domanda sul proprio sapere inconscio, per cogliere l’occasione, per allacciarla, come un bottone, o come un punto di capitone, alla parola dell’interpretazione, o della costruzione. Perché una particolare trasformazione è possibile solo nella relazione analitica, e ciò che si pronuncia intorno a questa in uno spazio diverso da quello dell’analisi, ha effetto di senso solo se il discorso avviene tra persone che lo reimmergono nella propria memoria di quella relazione viva.
Il sogno portato da un paziente nevrotico ossessivo, mi sembra utile per precisare qualcosa intorno a questa differenza.

Incerto se mantenere o troncare sul nascere una relazione sentimentale, sogna di essere sulla riva del mare con una donna che gli piace davvero, incerto se portarla a casa con sé. La donna si immerge e comincia a nuotare. Il sognatore vede che si attacca a una tartaruga marina che la porta verso il largo, e la segue sott’acqua, senza esser visto. A un certo punto non sono più nel mare ma in mezzo a un lago circondato da pareti rocciose, e si fermano a leggere una lapide sulla roccia: il nome di un uomo e una data, qualcuno, pensa il sognatore, annegato in quel punto. In un batter d’occhio le lettere cominciano a trasformarsi, per comporre la data di quel giorno e il nome della donna: hanno paura e tornano insieme a riva.

 

Il sognatore vive con stupore questo sogno, e il momento della trasformazione delle lettere incise sulla pietra lega la storia passata, eternata nella coazione a ripetere, alla percezione di ora, alla paura di lasciar morire un’intimità appena nata. La scrittura di pietra si muove come per magia dal punto di vista della coscienza, e se si trattasse di un brano di letteratura saremmo in una storia fantastica, certo suggestiva, ma dislocata in uno spazio immaginativo di cui il fruitore può non cogliere la potenza sovversiva.


Il sognatore in analisi non può spezzettare e dislocare su piani distinti il suo sogno. La rappresentazione onirica circola, come un viaggiatore dotato di un lasciapassare universale, fra la vita quotidiana, le storie delle sue relazioni sentimentali, la paura di impegnarsi in una relazione, il desiderio di non essere sempre solo. E insieme il sogno si annoda con altri sogni, già entrati nel discorso, in modo tale che il movimento avvenuto nella pietra si lavori come traccia di un movimento considerato fino a quel punto impossibile.


La via regia, il sogno, ha un potere di trasformazione, che si potrebbe dire sovversivo se non temessimo la deriva ideologica del termine, che vive del nostro lavoro.
Il confronto sul sogno, come in questa giornata di studio, potrà forse legare il nostro patrimonio di tracce, perché la via regia, la via maestra, non è certo un luogo già strutturato dal sogno notturno, ma un nastro mobile che attraverso il sogno ritracciamo in ogni lavoro analitico. Fare manutenzione della via regia indicata da Freud, questo possiamo fare incontrandoci per parlare insieme del sogno.