Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Da Giornata di studio su “Il sogno”

Quelli che muoiono all'alba


di Alberto Zino

 

 

 

 

Chi non ama i sogni si deve accontentare della realtà

(E. Flaiano).

 

I sogni non esistono. E' una questione di tempo. Ho fatto un sogno, si dice. Ma non si possono fare. Non si fa in tempo. Non passano in azioni, comportamenti o delitti. Muoiono prima. Al mattino, all'inizio, ma anche la sera d'estate o certe domeniche, nel pomeriggio.


Il sogno muore. E lo fa nel modo in cui tutto passa tra gli umani, sbocca in parole.

 

La psicanalisi esiste perché i sogni se ne vanno.

 

La psicanalisi esiste perché l'unica morte umana è la morte parlante. Non esiste tra noi, che non si dica. Non c'è niente da fare.

 

Tra noi, le morti parlano e le parole muoiono. Tutto ciò che esiste, da molto tempo prima di Freud, prende casa qui. Ecco perché, a rigore, l'unica morte con cui abbiamo a che fare è quella che non muore mai.

Non si dà oggetto in psicanalisi che non sia del desiderio. Ciò le dà l'opportunità di differenziarsi eticamente da ogni psicoterapia, fondata su un'idea di oggetto in quanto appartenente alla conoscenza: oggetto oggettivabile, col quale c'è sempre da fare.

Non si dà desiderio che non ami la mancanza. Questo offre alla psicanalisi la possibilità di ascoltarla poeticamente: attraverso il dolore umano, la mancanza appare come un motore, una risorsa al posto di una condanna.

 

Ciò che manca, e avvicina così all'ombelico del sogno, impone alla parola il lavoro(1).

 

La significanza del sogno, che è Die Traumdeutung, opera di Freud che in varie lingue è stata tradotta come L’interpretazione dei sogni, ospita, tra le altre, una nota al celebre sogno di Irma, che recita: «Ogni sogno ha per lo meno un punto in cui esso è senza fondo [unergründlich], quasi un ombelico, attraverso il quale esso è legato all’ignoto»(2).

 

Ergründen “cerca di penetrare, sonda, scandaglia” il Grund,  tenta di cacciare il fondo, di stanarlo, renderlo non-fondo in via definitiva, dunque eliminare l’abisso dal fondo stesso. Il fondo, una volta misurato con lo scandaglio, non è più tale(3). Se ne può fare qualcosa.

 

Quasi un’ombelico. La frase va mantenuta tra le virgole, come fa Freud. A suo modo è anche fuori dal contesto del brano, al di là della spiegazione o del concetto. Un’indicazione del compositore, un segno sullo spartito, un’aria o una tonalità, impalpabile, intoccabile, né più e né meno che una voce. Quasi una fantasia.

 

Il tramite, dunque il transito, il viatico. Da lì passa il domandare. In questo caso, per via dell’ombelico, il dover-comprendere può stare quasi legato allo sconosciuto.
È legato all’ignoto. Mit dem Unkanntnen. Con ciò che non si sa, insieme a lui. Questo mit sconvolge il fantasma dominante della razionalità in termini di separatezza tra il noto e l’ignoto, come se essi dovessero sempre essere discosti. Separati da e nella volontà di sapere, come da comando del pensiero oggettivante. Invece: con lui. Attraverso quasi un’ombelico, il sogno (l’inconscio, l’umano) zusammenhängt, si tiene, si aggrappa insieme, ballando con lo sconosciuto e non contro di lui.

 

Dove vanno i sogni, all'alba?
Dove vanno tutte le cose che muoiono. Nelle parole. Il sogno non esiste. Muore subito. Di lui rimane, fa traccia un racconto, nella cui trama prima o poi si presenta un punto che si appoggia all’ignoto. La cosa più sorprendente è che la strada inizia con qualcosa che se ne va, altro rimane al suo posto, quasi sempre senza misura comune. Come tutte le storie che godono di rispetto, quel che le origina è destinato a trascorrere, a lasciare il passo a quel che segue, una nuova strada. Nel caso del sogno, la via regale.

 

Non esiste il sogno. Se non nella sua eredità, un racconto vivo. Freud lo sa, anche se non lo vuole dire, forse teme di non essere capito, la strada regia verso l’inconscio non è il sogno ma il suo racconto libero, in analisi dove nessuno sogna ma tutti chiedono i sogni, qualsiasi cosa pur di evitare l’ombelico, il pozzo dove la regìa appartiene al domandare inesausto del parlante mortale, del mortale parlante.

 

La psicanalisi esiste perché i sogni se ne vanno. Se fossero rimasti, nessuno ne avrebbe mai parlato. Si parla perché la cosa manca, manca molto. Se i sogni fossero vissuti, belli, pieni e colmi di dati, la verità sarebbe accaduta intera, non vi sarebbero stati né i quasi né gli ombelichi, tanto meno gli sconosciuti. Nessuno li avrebbe distribuiti, non sarebbero accaduti i transiti, i malintesi, tutto sarebbe stato fatto, gli uomini non avrebbero avuto di che litigare intorno ai sensi e loro, le interpretazioni, sarebbero state inutili, non se ne sarebbe creato il vuoto parlante, l’incessante domandare, la morte sarebbe morta subito, quasi una vergogna, nessuno ne avrebbe avuto da ridire, lì, ancora addormentati, un attimo prima dell’alba.

 

 

 

 

 

 

(1) I quattro capoversi seguenti ripropongono il frammento Quasi un’ombelico da L’incertezza delle voci. Per una psicanalisi dello sviluppo, Edizioni Ets, Pisa 2002, pp. 79-81.

 

(2)«Jeder Traum hat mindestens eine Stelle, an welcher er unergründlich ist, gleichsam einen Nabel, durch den er mit dem Unerkanntnen zusammenhängt», G.W., vol. III, p.116n. La trad. it. dice: «Ogni sogno ha per lo meno un punto in cui esso è insondabile, quasi un ombelico attraverso il quale esso è congiunto all’ignoto» (Opere, vol. III, p. 111n.).

 

(3) Per questo la traduzione di unergründlich con «insondabile» è corretta. Tuttavia, non può che mancarle il riferimento al Grund in quanto prevalentemente Ab-grund, fondo senza fondo. Perciò, pur essendo più libera, preferisco la traduzione «senza fondo»: essa rispecchia, per quanto possibile, l’insuccesso dell’ergrunden: il fondo, che non è stato stanato, non si mostra univocamente nella presenza.