Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Traccia per la giornata di studio “Il Sogno”
Il senso del sogno per l’analisi


di Lorenzo Zino

 

Il sogno è una formazione dell’inconscio. Qualcosa parla, e qualcosa viene ricordato, narrato, raccontato. Non è la stessa cosa.
Con Lacan: «Traducendo Freud, noi diciamo - l'inconscio, è un linguaggio. Il fatto che sia articolato non implica che sia riconosciuto. Posto che qualcuno possa parlare in una lingua che ignora totalmente, diremo che il soggetto psicotico ignora la lingua che parla(1)». Come colui che sogna, in fondo.

 

Ciò di cui non può darsi accoglimento cosciente, quanto viene escluso dal soggetto, riappare nel reale come sogno, come sorta di esperienza psicotica: un'altra lingua, altre immagini, un altro discorso. Come in un delirio, la cosa si dice comunque, oltre la coscienza.
Di solito, ora con Freud, si impedisce l’accesso alla coscienza solo a qualcosa che ha a che fare con la minaccia di castrazione; in questo senso va intesa la formula che indica il sogno come tentativo di appagamento del desiderio. Si tratta del desiderio di oltrepassare la castrazione, probabilmente in ogni sogno.
Così la realtà non è nient'altro che «ciò su cui ci si appoggia per continuare a sognare(2)», ovvero il terreno di reperimento dei cosiddetti resti diurni: ed invero sono molti i “resti” della quotidianità adatti a configurare la castrazione come insopportabile.

 

Di fatto, dunque, il sogno appartiene alle formazioni dell’inconscio, ovvero è formato da un compromesso; per un verso nel racconto del soggetto qualcosa nonostante tutto si dice, per altro verso quello stesso racconto è una struttura di difesa.
Vi si vedono infatti all’opera prestigiosi percorsi di quella logica del non-volerne-sapere di cui Aldo Rescio indica la portata centrale in ogni formazione di compromesso. Ma ancora con Lacan: «A questo proposito Freud si esprime senza mezzi termini: non c'è, secondo lui, alcun significante che consenta di dare un senso all'opposizione maschile-femminile; attorno a questa impossibilità si tesse appunto il testo di tutti i sogni, poiché ogni tentativo per ristabilire un soggetto come origine del sapere è destinato allo scacco(3)».
Per altro, il bisogno di “dare un senso all'opposizione maschile-femminile” è solo uno dei tratti del bisogno ontologico come – appunto – bisogno di situarsi, di avere un senso incontrovertibile. Tratto cruciale comunque, come si vede bene nell’isteria, il cui dilemma fondamentale si esprime nel «non so se sono uomo o donna», non meno che nell’altro interrogativo che ne definisce il corpo come sede angosciata: «ho un corpo, non so che farmene».

 

L’appello che dall’altro giunga una spiegazione del sogno risente allora della spinta alla delega di ogni possibile assunzione del non che struttura ogni senso: punto d’orrore per lo più intollerabile, al quale non si tratta di dare soddisfazione pena l’imporsi di una tecnica consolatoria e pacificante.
L’analista che va incontro al bisogno di senso, ad esempio spiegando un sogno, rischia di smarrirsi due volte: con se stesso, supponendo di saper gestire qualcosa che nella propria formazione si è dato prevalentemente come elusione, ovvero l’impossibilità che ha avuto di articolarsi come finitudine in atto invece che farne il fulcro della sua azione; con l’altro, perpetuando l’illusione di una possibile padronanza di senso che apre solo al prolungamento dell’inganno narcisistico, oltre che mantenere il soggetto nell’inferiorità davanti all’altro che sa e dunque – faccenda niente affatto trascurabile – lo mantiene in proprio potere.
Questo “taglio” di padronanza rende più difficile l’azione analitica nella sua essenza, non meno di come la posizione “di fronte” all’altro ne altera la portata, mostrando invece l’analista faccia a faccia. Egli è così in fuga, presente allo sguardo ma in fuga dalla sua funzione, quella che resta invece compresa nell’arte del sottrarsi, o arte di sospensione delle certezze. E che comprende l’autentico dono, non facile da riconoscere - se è vero, con Benjamin, che «i doni devono colpire così profondamente chi li riceve da farlo sussultare(4)».
Non c’è da stupirsene, comunque. Infatti: «L'assenza di pensiero, che sempre più sta prendendo piede nel nostro tempo, si fonda su un evento che distrugge l'uomo nell'in­timo: l'uomo del nostro tempo è in fuga davanti al pensiero. La fuga davanti al pensiero (Gedanken flucht; lett. = disorientamento) è ciò che provoca l'assenza di pensiero. La fuga davanti al pensiero è poi caratterizzata dal fatto che l'uomo non se ne vuole accorgere, non la vuole riconoscere(5)».

 

Vice versa, il pensiero ritorna in maniera autentica al soggetto se l’analista glielo restituisce ogni volta senza occuparne lo spazio e il tempo, lasciando ad esempio il senso del sogno nel suo ambito di mistero -, rilanciando invece il senso di come se ne difende nel ricostruirlo, il senso del suo difendersi.
Poiché forse «l'essere umano non è senz'altro costretto a disperdersi necessariamente e costantemente, ovvero la «cosa» non è in tutti i casi destinata a insistere come evitamento o rigetto in rapporto all'essere-per-la-morte, all'oblio dell'essere.
Ciò fa sì, propriamente, che l'«esperienza dell'analisi», posto che l'analista e l'analizzante non siano anticipati dalla volontà di interpretazione, promuova l'avvento del (non)-ripudio dell'inconscio, ossia l'accoglimento dell'e-sistenza che in quanto tale è affetta dall'erranza. In altri termini: non è, se non illusoriamente, in grado di rispondere a quanto l'essere umano esige sotto il dominio della fantasmatica che struttura la logica del pretendere(6)».
Si tratta dunque di un lavoro di spostamento, dalla spiegazione come risvolto della “volontà di interpretazione” o “logica del pretendere” alla possibilità di un ascolto che non serve a comandare ma a lasciarsi essere nell’ascoltare un senso che parla – come si ascolta Eco.

 

 

  

(1) J. LACAN, Il Seminario. Libro III. Le psicosi, Torino 1985, p. 15.

(2) J. LACAN, Discorso di Jacques Lacan del 6 dicembre 1967, in Scilicet, 1/4, Milano 1977, p. 152.

(3) J. LACAN, Per una logica del fantasma, in «Scilicet» ¼, cit., p. 273.

(4) W. BENJAMIN, Strada a senso unico, in Opere complete, vol. II, Torino 2001, p. 433.

(5) M. HEIDEGGER, L’abbandono, Genova 1983, p. 29.

(6) A. RESCIO, In cammino verso l’inconscio (parte prima), in «Trieb – intorno alla psicanalisi» 2, Pisa 1989, p. 106.