Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Frammenti da:
Sogni figli di un cervello ozioso ...

 

di Silvana Caluori

                                                                                                            

   Mi propongo qui di presentare una breve scaletta, un po’ umoristica, su ciò che, penso, presenterò alla giornata di studio sul Sogno.
 
   Mi piace pensare, con Mercuzio (1), che i sogni sono figli di un cervello ozioso perché si sa che, quando la mente è in ozio, i pensieri sono vaghi, le immagini impalpabili, un susseguirsi di libere associazioni, che, per la verità, proprio del tutto “libere” non sono, ma che, tuttavia, si legano e si slegano in  una vana fantasia, la quale è di una sostanza sottile come l'aria, e più incostante del vento…
     Nel sonno l’oziosa mente ci propone immagini di cui non ci sentiamo autori: sembra che la regia dei nostri sogni sia affidata, in un altrove, a qualcuno che prepara una sorta di bizzarro film per noi che, da buoni spettatori, ci accingiamo a “vedere”:  ci ritroviamo emotivamente coinvolti, ma anche indifferenti alle scene più truci, o, ancora, “dolorosamente” colpiti da emozioni intense che ci svegliano,o attraversati da sentimenti così penosi che, talvolta, ci trasciniamo, anche da svegli, durante tutta la giornata…
     Meno male, era solo un sogno!

   Il sogno poi si vuole “dire”, si vuole “fare racconto”, è come se lo esigesse, tant’è che ci troviamo, una volta svegli, col desiderio di raccontarlo a qualcuno, desiderio che  inibiamo solo quando il suo contenuto ci imbarazza. (E questo succede anche nelle “migliori” analisi).
    Sognare “è” parlare del sogno; non era certo sfuggito a Freud che del sogno in quanto tale, e cioè delle immagini che si producono nel sonno, non se ne può sapere o dire nulla. A volte, a lezione, dico umoristicamente agli studenti che se volessimo “vedere” come sono fatte quelle forme oniriche dovremmo costruire una macchina cattura-sogni, una sorta di acchiappa-fantasmi capace di registrare quelle rappresentazioni.
     Elaborazione primaria ed elaborazione secondaria costituiscono la stoffa del sogno e, non dimentichiamoci, non è poi del tutto indifferente “come sia” e “chi sia” la persona a cui lo  raccontiamo: va da sé che sogno e transfert sono assolutamente inscindibili.
    In questo senso, come più volte altrove abbiamo ribadito, il sogno di cui ci occupiamo non può essere altro che quello portato in analisi e non solo perché forse soltanto di quello possiamo dire qualcosa di sensato, ma anche e soprattutto perché esso, come il sintomo, partecipa al discorso e in questo trova una sua articolazione.

    Mi ricordo che, da “studentessa alle prime armi” con questi argomenti, osservavo, con una certa qual perplessità, che i pazienti dei freudiani producevano sogni “freudiani”, quelli junghiani, “junghiani” e così via. La mia perplessità nasceva dalla “giovanile e scientifica necessità” di parlare solo di “oggetti oggettivabili”: il sogno, in quanto atto regolare della vita psichica, non poteva servire più padroni! Ma che ne era del transfert? Forse si trattava solo di un incidente di percorso fuorviante e manipolatorio!
 
   Certo, ci sono sogni di corpi smembrati e spezzettati che renderebbero felice una Klein, sogni di iniezioni o di scrigni che appassionerebbero un Freud, sogni di serpenti alati o uroborici che ecciterebbero uno Jung, sogni di nodi o di punti di capitone che intrigherebbero un Lacan. Il sogno, in quanto fatto di immagini, di rappresentazioni, può prestarsi ad essere un buon contenitore di quelle immagini e di quelle rappresentazioni che stanno al cuore di ogni teoria, in una sorta di dialettica tra “vasi comunicanti”.
[…]

    Fuori dalla stanza dell’analisi non si può “riferire” di un sogno di un paziente, così come non si può “raccontare” di una seduta d’analisi, e non solo perché “la complessità” è un dato e non un riferito, ma anche perché i verbi “riferire o raccontare” alludono ad una storia “altra”, ad un racconto “altro”…
    Come i racconti scritti di famosi casi clinici ci insegnano bene, attraverso “il caso” è “altro” che parla: la teoria, la clinica, la passione, lo stile di questo o di quell’altro autore.
    Ed è proprio a partire da questa consapevolezza che noi, quando trattiamo un sogno nella clinica, facciamo di quel sogno un “un nostro sogno” di gruppo. Il sogno, così trattato, allora si rivela come un grande ispiratore che vela e svela al contempo, mettendo in scena, tra presenza e assenza, tra colmi e lacune, le sue notevoli e svariate incongruenze.
    Il sogno allora, come l’apologo della contadina slava che rimprovera il marito di non amarla più perché non la bastona da più di una settimana (Fornari, 1974), si presta bene a dir qualcosa sulla questione di cui ci stiamo occupando.
    Questa storiella, come ci suggerisce Fornari, si potrebbe interpretare in diversi modi, accogliendola ad esempio, ingenuamente, nel suo significato letterale, oppure pensando ad un particolare modo di intendere i rapporti tra marito e moglie, ma potremmo anche guardarla, incuriosendoci, per l’evidente incongruenza in essa contenuta: il rilevamento di una incongruenza costituisce un primo punto di partenza per lo psicoanalista.
[…]


(1) W. Shakespeare, Romeo e Giulietta, atto I, scena IV.
   Mercuzio:
“E' vero, io parlo dei sogni, che sono figli di un cervello ozioso, generati da nient'altro che da una vana fantasia, la quale è di una sostanza sottile come l'aria, e più incostante del vento, che in questo momento carezza il gelido grembo del settentrione, e, corrucciato, se ne va via sbuffando, e volta la faccia verso il mezzogiorno stillante di rugiada.”