Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

 

Frammenti da:

Incontri inattesi: lo specchio e il doppio

di Roberto Marchi

 

 

 

                                                                      Metà di me non sopporta l’altra e cerca alleati.
(Gesualdo Bufalino)

 

Un altro me da me stesso, un io che non conosco, che non mi appartiene, che non desidero e che pure mi si para davanti o di cui comunque avverto la presenza, un sosia, un doppio, un’ombra, la mia immagine riflessa.
Tutto ciò ci intriga, ci inquieta, ci spiazza, ci spaventa da sempre e da sempre le arti figurative, la letteratura, il teatro, il mito, la magia, la religione, la scienza e infine la psicoanalisi se ne sono interessate e continuano a farlo tutt’oggi.
Ovviamente noi qui ce ne occupiamo del punto di vista psicoanalitico ma a sua volta, come è suo costume, la psicoanalisi utilizza tutti gli altri saperi; del resto tutto ciò che è umano è interessante per questa strana disciplina, persino gli scarti, i cascami come i sogni o i ricordi d’infanzia.
Partiamo proprio da un ricordo d’infanzia.
Un giovane uomo benestante, giunto in analisi per “attacchi di panico”, racconta un episodio della propria infanzia a cui pensa frequentemente.
In età scolare contrasse una malattia polmonare per cui fu ricoverato alcuni mesi in una clinica privata.
Egli ricorda con piacere quei mesi nei quali divenne il pupillo delle infermiere che lo coccolavano dicendogli continuamente che era un bimbo bellissimo, cosa di cui peraltro lui era già da prima fortemente convinto. Guardandosi allo specchio egli scorgeva un bambino stupendo, “un angelo”.
Guarì e tornò a casa a giocare con i suoi coetanei che subito iniziarono a prenderlo in giro perché era ridicolmente grasso e pallido (grazie alla prolungata terapia cortisonica).
Corse a rivedersi allo specchio e questa volta vide un bimbo gonfio, cereo, sgradevole.
Per lui fu un colpo durissimo.
Questo è la rappresentazione mnestica portata in analisi dal soggetto, ma la memoria non è ripetizione pedissequa di un evento passato. Essa è influenzata da sensazioni, desideri consci e inconsci in atto al momento del ricordare.
Il ricordo è una rappresentazione, un significante legato ad altre rappresentazioni, ad altri significanti, è una specie di frase di un lungo discorso che ci parla del soggetto.
Nel caso specifico viene descritto l’orrore di fronte alla perdita di un ideale di bellezza assoluta, incontaminata, inattaccabile dalla malattia, come simbolo di castrazione, limite, morte e ci introduce al rapporto dell’uomo con lo specchio in cui secondo un detto induista “puoi vedere tutto tranne te stesso”.


(…)

 

Nella sua comunicazione al XVI Congresso internazionale di psicoanalisi svoltosi a Zurigo, il 17 Luglio 1949, Lacan illustra il suo “stadio dello specchio” partendo da certi studi di psicologia che evidenziavano come il bambino a partire dall’età di sei mesi, quando ancora non si regge in piedi da solo, mostra un particolare interesse rispetto alla propria immagine riflessa nello specchio.
Nel piccolo di uomo ciò “..rimbalza subito in una serie di gesti in cui egli mette alla prova ludicamente la relazione tra i movimenti tratti dall’immagine e l’ambiente riflesso , e fra questo complesso virtuale e la realtà che raddoppia, cioè il proprio corpo e le persone, o gli oggetti, che gli stanno a lato”.(1)
Questa esperienza è intesa come un’identificazione cioè come una trasformazione che si produce nell’individuo a partire dall’assunzione di un’immagine o meglio di un’imago.
 L’essere del soggetto è frammentato, al di qua dello specchio, e si ricostituisce nella forma che la superficie riflettente restituisce al suo sguardo.
Il riconoscimento di quella Gestalt costituisce il soggetto in quanto “io”, “..simbolizza la permanenza mentale dell’io e al tempo stesso ne prefigura la destinazione alienante;..” (2)
Quindi l’immagine tampona la frammentazione reale del soggetto ma ciò avviene in anticipo rispetto alle sue reali condizioni di esistenza data la “ prematurazione specifica della nascita dell’uomo” (3)
Dice Lacan: “lo stadio dello specchio è un dramma la cui spinta interna si precipita dall’insufficienza all’anticipazione - e che per il soggetto, preso nell’inganno dell’identificazione spaziale, macchina fantasmi che si succedono da un’immagine frammentata del corpo ad una forma, che chiameremo ortopedica, della sua totalità, - ed infine all’assunzione dell’armatura di un’identità alienante che ne segnerà con la sua rigida struttura tutto lo sviluppo mentale


(…)

 

Quindi la nascita dell’io corrisponde alla percezione extracettiva della propria immagine ma al contempo sancisce uno sdoppiamento tra il soggetto stesso e l’io poiché l’immagine stessa crea l’identità del soggetto alienandolo irreversibilmente perché non giungerà mai a coincidere con l’immagine ideale che lo rappresenta.


(…)

 

L’inquietante incontro con sosia o doppi spesso inattesi ci turba come abbiamo visto può turbarci la nostra immagine riflessa.
A proposito di sosia inquietanti non possiamo che partire dal sosia per eccellenza: Sosia appunto, quello con la lettera maiuscola, Sosia personaggio di quella gustosa commedia di Plauto che è “l’Anfitrione”.
Mi permetterò di ricordarne la trama.
Anfitrione è un generale tebano che insieme al suo servo Sosia è di ritorno dalla guerra contro i teleboi che lo ha visto vincitore.
Giunto al porto, l’eroico generale invia Sosia ad annunciare adeguatamente il suo ritorno all’amata Alcmena ma Sosia trova ad attenderlo sulla porta di casa una brutta sorpresa.
Si da il caso, infatti, che Giove in persona, sia innamorato di Alcmena e per averla ha assunto l’aspetto di Anfitrione facendo assumere l’aspetto di Sosia al fido Mercurio.
Mentre il falso Anfitrione è a letto con Alcmena, Mercurio con l’aspetto di Sosia accoglie quest’ultimo sulla porta di casa.
Accade così che il falso Sosia cacci via il vero Sosia accusandolo di essere un’impostore e per sovrappiù gliene suona di santa ragione.
Il povero Sosia tenta di spiegare ciò che gli è accaduto ad Anfitrione che, ovviamente, non credendogli lo maltratta a sua volta.
Questa sorta di commedia degli equivoci prosegue con Anfitrione che accusa di tradimento la sua sposa che si ostina a raccontargli di aver passato la notte con lui, fino a che Giove interverrà spiegando il tutto, sollevando Alcmena dall’accusa di infedeltà e ricostituendo la coppia che di lì a poco avrà non uno (Alcmena aspettava un figlio del suo sposo al momento dell’incontro con Giove) ma due bambini, uno figlio di Anfitrione e l’altro figlio di Giove predestinato a grandi imprese.
Vediamo adesso ciò che Sosia dice al suo padrone dopo il disgraziato incontro con Mercurio.
“An. Ragiona un poco accidenti. Come può essere che tu sia qui e anche a casa? Voglio che me lo   
       Spieghi.
So. Certo che sono qui e sono là. E’ assurdo per tutti, lo ammetto. La tua meraviglia non è più
       grande della mia.
An. Come?
So.  Ma si, te lo ripeto. La faccenda riesce strana tanto a te quanto a me. Che gli dei mi aiutino,
       da principio io non credevo a me stesso, Sosia, finché l’altro Sosia, io, fece si che io credessi a
       lui. Mi ha raccontato punto per punto come le cose sono andate, mentre noi eravamo in guerra.
       Allora mi ha rubato il nome e la figura. Una goccia di latte non è più simile a un’altra di quanto
       lui è simile a me. Quando tu, prima dell’alba, dal porto mi hai mandato avanti, verso casa…
An. Be?
So. Molto prima di arrivare a casa, io stavo là, davanti a casa io.
An. Accidenti, stai scherzando? Sei sano di mente?
So. Sono come mi vedi.
An. A questo qui, dopo che mi ha lasciato, una malefica mano gli ha lanciato un malefizio.
So. Proprio così. Mi ha rintronato di botte.
An. Chi ti ha pestato?
So. Mi ha pestato io, l’io che adesso sono a casa.
An. Attento! Guai se non rispondi a tono a ciò che chiedo: voglio che tu mi dica chi è questo Sosia.
So. Il tuo servo.
An. Io di Sosia ne ho uno e me ne avanza. Da quando sono al mondo, di Sosia non ho altri che te.
So. Ma io, adesso, ti dico: Anfitrione, arrivando a casa, ti farò sbattere contro il tuo servo Sosia, un 
      Altro Sosia oltre me, nato dallo stesso Davo mio padre, che ha il mio aspetto e la mia età.
      Servono altre parole? Questo Sosia qui ti si è raddoppiato.
An. Stai dicendo cose straordinarie. Ma tu l’hai veduta, mia moglie.
So. Macché vista, non sono riuscito nemmeno ad entrare in casa.
An. Chi te lo ha impedito?
So. Lui, Sosia, quello di cui ti parlo, quello che mi ha bastonato.
An. E chi è questo Sosia?
So. Io ti dico quante volte debbo ripeterlo?” (4)
Proprio a partire da quest’opera Lacan ha detto qualcosa, contenuta nel Seminario II, da cui è impossibile prescindere trattando questo tema.
L’autore individua nella commedia di Plauto, così come nella versione che ne da Moliere, un’efficace rappresentazione della commedia dell’io.
“Sosia è l’io. E il mito mostra come si comporti questo brav’uomo di io come siete voi e sono io nella vita di tutti i giorni, quale parte prenda al banchetto degli dei – una parte singolare, dato che viene sempre un po’ esciso dal proprio godimento. Il lato irresistibilmente comico di tutta la faccenda non ha smesso di alimentare il teatro – in fin dei conti, si tratta sempre di me, di te e dell’altro” (5).
Per Lacan in Sosia è contenuto l’uomo che si immagina di godersi il frutto dei suoi meriti, del suo essere stato aderente ai dettami superegoici, immagina finalmente di raggiungere l’oggetto del suo desiderio e invece proprio in quel momento Mercurio, un dio, lo costringe ad abbandonare nome ed identità.
E’ lo spaesamento, il conflitto con le proprie certezze.
Come già detto sintomi di questo spaesamento, diversi dalla comparsa del doppio ma comunque perturbanti, sono di frequente descrizione.
Lacan avverte : “ Il déjà-vu, déjà-reconnu, déjà-éprouvè entrano spesso in conflitto con le certezze derivanti dalla rimemorazione e dalla storia. Certi vedono nei fenomeni di depersonalizzazione dei segni premonitori di disintegrazione, mentre non è affatto necessario essere predisposti alla psicosi per aver provato migliaia di volte simili stati d’animo, la cui molla sta nella relazione tra simbolico e immaginario” (6)


(…)

 

 

 

1)Lo stadio dello specchio come formatore della funzione dell’io (1949), in Scritti (1966), pag. 87.

 

2) Ibidem pag. 89.

 

3) Ibidiem pag. 91

 

4) Plautus T. M. Anfitrione in Anfitrione.Bacchidi.Menecmi.

 

5) Lacan J. Sosia in Il Seminario: libro II (1954-55), pag.335.

 

6) Ibidiem pag. 339