Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

 

 

 

 

 

 

 

Delusi dalla vita: sintomo o malattia?
di Massimo Caluori

 

 

 

    Non fa molta differenza la distinzione tra sintomo e malattia se con questo vogliamo intendere due diverse modalità con cui l’uomo è portato a rappresentarsi il proprio disagio.

 

    E’ comunque sempre una rappresentazione che prende forma e significato in un “a posteriori”, intendendo con questo il fatto che si fa riferimento ad una premessa, una condizione, un “a priori” che, se non rispettato, comporta il disagio del suo non riconoscimento.

 

    Il riconoscimento è l’immagine allo specchio, è ciò che si vuole che appaia riflesso senza inattese distorsioni (quelle attese non sono considerate tali), è l’effigie del ritratto di Dorian Grey, e si traduce comunque in ciò che non può essere raggiunto, che non può in ogni caso degnamente rappresentarci.

 

    La traccia del sintomo o della malattia la ritroviamo proprio in questo punto di partenza: è illusorio poterla riconoscere come una conseguenza.

 

    La visione meccanicistica  dei fenomeni mentali e somatici li lega ad una dipendenza dalla logica causa-effetto.

 

    Il prima ed il dopo sono trattati come un’unità di misura assoluta ed estranea alla realtà psichica del soggetto: il tempo. Ma nella realtà psichica il prima ed il dopo non sono imparentati, il dopo è già presente al momento in cui si formula un prima e lo scorrere del tempo non garantisce la distinzione fra passato e futuro.


    Questo lo sappiamo bene quando sogniamo.

 

    In questo senso il vivere produce il sintomo - la vita è sintomo - e possiamo certamente concordare con l’aforisma che ci ammaliamo perché viviamo.

 

    Se ci confrontiamo con la lettura scientifica, ed in particolare quella medica, del sintomo e della malattia, l’aforisma si trasforma in: viviamo in assenza di malattie, perché presuppone la possibilità salvifica di un’esistenza in assenza di sintomo: se esso è presente, come qualsiasi elemento negativo va eliminato, negato, rimosso, in quanto non tollerabile (la distorsione inattesa dello specchio), è il lato oscuro. Se assente però aleggia come un fantasma angosciante (l’angoscia di morte, o meglio, di castrazione) da cui difendersi: nasce così il concetto di prevenzione.

 

    Un esempio potrebbe essere la balbuzie, manifestazione, resa consapevole dai disagi del sintomo, del desiderio inconscio di una espressione totalitaria, assoluta, saturante, che non tollera essere canalizzata secondo livelli di priorità perché dilagante, trovando inceppo nei limitanti meccanismi della fonazione.

 

    Si può facilmente comprendere che la rieducazione logopedistica (intervento di tipo ortopedico) interviene con un processo di regressione del sintomo, ricacciando verso il non volerne sapere la unica forma espressiva  capace di trasformare in un disagio (appunto il sintomo) ciò che è la pretesa onnipotente.

 

    Prevenire vuol dire anticipare, padroneggiare un a priori. Ma volere padroneggiare ciò che non è padroneggiabile riconduce alla distorsione dello specchio e quindi al sintomo, spostando solo un po’ più in là la questione, ma senza assolutamente modificarla.


    E’ come accade nella teoria dell’evoluzionismo: e prima del prima?

 

    La normalizzazione farmacologica  appare come il tentativo estremizzato di tale padroneggiamento, ricacciando indietro l’unica cosa che il paziente, in quel momento della sua vita, è capace di produrre, in una sorta di  artefatta scissione  che lo proietta in una dimensione psicotica:

 

 

 

 

 

Nessun silenzio al mondo è più silente
di quello che sopporta l’anima,
e se trovasse voce
sgomenterebbe la natura
e atterrirebbe l’universo.
             Emily Dickinson, Tutte le poesie

 

Alcune psicosi (…) dimost

rano che l’Io

non crolla soltanto in seguito ad alterazioni biologiche
o a tensioni psicosociali,
ma è distrutto e frammentato
da quelle forze interne alla personalità
che preferiscono
l’oblio al dolore
e la confusione alla depressione

                                                         M. Jackson, Psychoanalytic psychotherapy

 

 

 

 

 

 

    Riconoscere il sintomo come una parte integrante del nostro vivere (chi non ha mai avuto sintomi in vita?) ci aiuta non solo a saperlo tollerare, ma anche a cavalcarlo, nel senso di una sua gestione più appropriata, non espressione della propria negazione, ma affermazione, sempre adeguata, di una propria rappresentazione, senza la quale saremmo sguarniti di uno strumento prezioso, utile alla sopravvivenza psichica e fisica.

 

    Ed è per questa ragione che parliamo di migrazione del sintomo: se non lo intendiamo come  disturbo, espressione statica di un fenomeno patologico, ma come processo psichico, diremmo con Freud: “che non sia possibile tracciare un netto confine tra ‘nevrosi’ e ‘normalità’, sia in bambini che in adulti; che la ‘malattia’ sia  soltanto un concetto meramente pratico di sommazione; che la predisposizione e i casi della vita debbano combinarsi per varcare la soglia di questa sommazione; che pertanto numerosi individui passino continuamente dalla categoria dei sani a quella dei malati di nervi, mentre un numero assai minore compie un tragitto inverso, sono tutte cose che sono state dette tante volte e hanno trovato tanta eco, che non sono certo solo io il solo a sostenerle”. (Analisi della fobia di un bambino di cinque anni, caso clinico del piccolo Hans, 1908).

 

    La psicoanalisi fornisce una comprensione  dei meccanismi di base di molti disturbi mentali attraverso una logica  comune sottesa a strategie depressive o a meccanismi di scissione o di spostamento, in una differenza quantitativa  tra l’uso dei meccanismi di difesa  tra soggetti normali e soggetti affetti da una psicopatologia.
(Freud, Tre saggi sulla teoria sessuale, 1905)

 

    Il sintomo può essere letto come l’espressione del fallimento del meccanismo della rimozione, un segno consapevole di qualcosa di inconsapevole. E’ la modalità emergente, sotto forma di fastidio, dei contenuti  (desideri) inconsci in cerca di soddisfazione, attraverso la falla aperta dal fallimento della rimozione.


Ne sono esempi i lapsus, gli atti mancati (Psicopatologia della vita quotidiana, 1901).

 

    Nessuno è immune dalla necessità di ricorrere a meccanismi di difesa, ribadendo ulteriormente il principio dinamico che la salute mentale e la malattia psichica sono immerse in un continuum.

 

    Per questo si può comprendere come la lettura del sintomo debba sempre essere riferita al singolo, anche se la sua descrizione apparentemente ripetitiva ci porterebbe a dire che è una modalità uguale per tutti, così come siamo portati ad affermare, pena l’essere superegoicamente tacciati di razzismo, che tutte le persone sono uguali (non si è mai visto una sola persona essere identica ad un’altra).

 

    Ogni sintomo parla della persona ed assume significati rappresentativi di quella persona che non riscontriamo in altri.

    Non esiste una cura per tutti, esistono tante cure quante sono le persone che la richiedono.

 

     Il concetto di normalità e patologia diventa distorcente nell’approccio al problema, estremamente esemplificativo nella sua riduzione a due grossolane categorie di appartenenza. E’ l’eterna dicotomia del bello e del brutto, del bianco e del nero, del buono e del cattivo, del prima e del dopo. E’ l’illusione del controllo, del padroneggiamento, è l’origine della delusione, la matrice del sintomo.

 

    Si può ricondurre la matrice del sintomo alla volontà di padroneggiamento, alla non sostenibilità del proprio limite, qualunque sia il campo di osservazione.

 

    E’ come essere convinti che  il sapere se sia nato prima l’uovo o la gallina sveli la ricetta per fare un ottimo brodo.

 

 

 

 

 

"Forse al mondo ci sono solo due tipi di domande.
Quelle che fanno a scuola, dove la risposta è nota in anticipo,
domande che vengono poste non per saperne di più,
ma per altri motivi.
E poi le altre, quelle del laboratorio*. Dove non si conoscono le risposte e
spesso nemmeno la domanda, prima di porla"
                                                                                (Peter Hoeg,  I quasi adatti)

 

 

 

 

Si potrebbe dire: quelle dell’analisi