Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Premessa

L’autore. Firenze, estate del 2001 

 

L’idea di questo libro nasce da un desiderio, ma in certo qual modo anche da una ‘necessità’.


Il desiderio è quello di condividere con quanti vi siano interessati, allievi, studenti e colleghi, alcune idee e riflessioni che hanno promosso il nostro interesse in questi ultimi anni, sullo sfondo della pratica clinica e con un occhio di riguardo per la formazione analitica.


La necessità attiene ad una considerazione concernente l’attualità del problema della formazione, posto che al giorno d’oggi, anche in quest’ambito, hanno preso sempre più campo istanze o, se vogliamo, interessi, operanti secondo una logica di omologazione dei percorsi formativi in senso istituzionale.


Ciò, come la storia recente ha mostrato in tutta la sua evidenza, non è certo indipendente dalle vicende di quella corsa al riconoscimento (da parte dello Stato) che ha interessato le varie scuole di psicoterapia, a seguito della regolamentazione della professione di psicologo sancita dalla legge 56 del 1989.


La regolamentazione concerne appunto la psicoterapia, e non menziona in alcun punto la psicoanalisi. Ciò non ostante, a dispetto dell’occasione che ben si sarebbe prestata a rimarcarne la sostanza altra e invero non normabile in canoni accademici o comunque istituzionali, anche società rappresentative nel contesto della disciplina non hanno trovato miglior consiglio che lanciarsi in tale corsa a un riconoscimento che, come la legge recita, non può che implicarle nella veste di scuole di formazione alla psicoterapia, ancorché analitica.


Fomentando così una confusione di campo – che è anche a nostro avviso una mancanza di chiarezza epistemica – che non può che denunciarsi come il sintomo di una preesistente fantasmatica di riconoscimento.

 

 

Già da diverso tempo, in varie occasioni, con i collaboratori più vicini, ma anche con colleghi di altre sedi e di vari orientamenti, abbiamo sentito la necessità di promuovere un dibattito, o di parteciparvi, anche in sede pubblica, attorno alla delicata questione. Gli stessi contributi di questo libro ne sono una testimonianza. 


Una tale urgenza, di chiarezza e di rilancio di taluni aspetti salienti della questione, mi ha infatti convinto a raccogliere qui, rielaborati in un certo percorso, i testi provenienti dalla stesura di alcune conferenze, comunicazioni e interventi di questi ultimi anni, fra il 1997 e il 2001, ruotanti più o meno direttamente attorno al problema della formazione in psicoanalisi.


Ad essi ho preposto uno scritto (sulla realtà psichica) che è costituito dalla rielaborazione di spunti e temi che già avevo avuto modo di esporre, in diversi momenti, presso Gradiva o in altre occasioni d’incontro fra colleghi. 

 

 

Come accade a molti analisti più direttamente appassionati al ripensamento di problemi della pratica clinica, le occasioni di scrittura nascono spesso, in origine, da comunicazioni più o meno brevi motivate dallo scambio e dalla discussione in merito ad aspetti dell’esperienza che ci incuriosisce, o ci inquieta, in un dato periodo di tempo.


Può darsi che alcuni di tali spunti vengano ad assumere successivamente una dimensione ben più ampia, e in certi casi si arricchiscano via via fino a completarsi nella forma di un saggio, o di un libro. Come pure, che restino lim itati alla stesura originale, o non sopravvivano neanche al di là dell’occasione che li ha motivati.


Ciò dipende molto, in effetti, dalla prolificità o meno dei diversi autori, quanto allo scrivere. In ogni caso credo che non sia indifferente, nel piccolo come nel grande, se riescono a mantenere in sé vivi quei fermenti di una ricerca critica e forse anche un po’ avventurosa che è sempre stata la prerogativa migliore del pensiero psicoanalitico e della sua relativa pratica.

 

 

Vi sono scambi che nascono in rapporto a una certa occasione, come un convegno o una tavola rotonda, una serie di lezioni o la presentazione pubblica di un testo. Ma vi sono anche scambi che si temperano nella lunga durata di un lavoro di ricerca con colleghi, e questo è raro e bello quando può darsi in un confronto fra analisti di scuole diverse di appartenenza.


Può allora capitare che un contributo, anche minimo, breve, sintetico, quale quello richiesto laddove sia concesso un tempo d’intervento di pochi minuti, venga in realtà enucleato attraverso un lavoro a monte, di compartecipazione, confronto, discussione, con altri, lavoro che resta poi invisibile alla resa dei fatti, ma non per questo meno prezioso per gli arricchimenti che apporta, indipendentemente da quanto di esso finisca poi col comparire nella sua stesura ‘ufficiale’.
E’ appunto il caso di alcuni dei lavori inclusi in questa raccolta. Nati per un’occasione ‘pubblica’, costruiti, per così dire, in una forma sintetica e asciutta, talora quasi scostante – una complessità in poche righe! –, per la necessità di essere contenuti in poco tempo e rivolti ad un pubblico costituito in prevalenza da ‘addetti ai lavori’, rappresentano in realtà una sorta di riduzione ai minimi termini di questioni che per la loro intrinseca difficoltà hanno afflitto – e continuano a farlo – generazioni di analisti.


La storia della formazione dello psicoanalista sembra infatti non essere avanzata di un passo rispetto all’aporia fondamentale da cui è stata marcata sin dagli esordi: il paradosso di una formazione che si individua in un percorso squisitamente soggettivo, con suoi tempi e modi di maturazione e di estrinsecazione, mentre al tempo stesso non sarebbe possibile concepirla, proprio in quanto formazione, in assenza di riferimenti collettivi, dalla scuola di appartenenza del ‘formatore’, alla sua teoria, ai suoi modelli ideali inevitabilmente presenti sullo sfondo della sua stessa pratica.


E’ il paradosso – detto in altri termini – di una dis-identificazione che procede sullo sfondo dei processi identificativi inevitabilmente in atto in ogni percorso formativo, non escluso quello analitico. Tale questione ha ispirato in particolare due fra i lavori qui proposti, che ad essa si richiamano anche nel titolo, ma percorre indirettamente e implicitamente anche gli altri contributi, perché sempre presente nelle cure dell’autore, ed a maggior ragione quando si tratti di temi attinenti alla formazione.


E’ stata anche riformulata nei termini dell’interrogazione: a quali condizioni è possibile pensare a una psicoanalisi ‘critica’? Critica nel senso di una pratica che si confronti criticamente con i suoi stessi fondamenti, al di là delle possibili (e inevitabili) adesioni identificatorie in scuole o maestri, e dunque al di là di quel posto di desiderio che alla fin fine ogni analista è ben poco disposto a mettere in questione.


La cosa non è certo di poco conto, perché l’identificazione, anche qualora la si intenda ben al di là dell’immaginario innamoramento che ci supporta con l’illusione di un eterno rispecchiamento nelle grazie di un maestro o della sua teoria, resta pur sempre la condizione ineludibile di produzione di quel reale che per l’essere parlante, quale noi siamo, è la realtà stessa, vivente, dello scambio simbolico.


Così l’analista, che per sua indole ed esperienza si supporrebbe più di altri accorto rispetto al fatto che il discorso, mentre identifica, parimenti aliena, avrebbe anche l’occasione, se non il dovere, di potersi sempre rilanciare in discussione – ed anche sul piano del confronto teorico le occasioni non mancherebbero! –, se solo non si appagasse di sistemarsi per benino in qualche insospettabile risvolto ontologico.


Certo, mi rendo ben conto di aver potuto raccogliere qui, dell’immensa questione, solo qualche sentore. Ma ho anche deciso di pubblicarlo così com’è, senz’altre pretese, affinché, come si suol dire, non ci invecchi nel cassetto, e sperando che possa, in un dibattito attorno al nostro soggetto, suscitare almeno qualche motivo di ripensamento e di rilancio.