Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Dalla presentazione al Fiore Chiuso
(Silvana Caluori)

 

Il fiore chiuso: è l’immagine enigmatica - quasi sotterraneo filo conduttore - che fa da sfondo ai diversi percorsi che nel volume si articolano, a più livelli, attorno alla questione della ‘crescita’.


Questione che non manca, del resto, di intrecciarsi problematicamente con quella della cosiddetta ‘identità’.


Il fiore si tende ad immaginarlo sbocciato nella sua pienezza. Oppure in boccio, nel senso di un qualcosa in potenza destinato comunque, salvo incidenti, a svilupparsi e a maturare sino a dishiudersi al massimo del suo splendore. E’ appunto un’idea di sviluppo quella che si adatta alla descrizione delle molteplici, e tuttavia analoghe e ripetitive, condizioni che presiedono allo svolgersi degli eventi cosiddetti vitali, attraverso il ciclo nascita, crescita, maturazione e morte.


Ma può dirsi la stessa cosa dell’essere umano? Sotto un certo punto di vista, questo essere parlante, simbolico, il cui rapporto col mondo (compreso se stesso) non può che darsi a partire dalla sua seconda natura di linguaggio, costituisce veramente una radicale eccezione rispetto al tutto. S’intende, rispetto a tutto quanto segue, da sempre, le leggi della natura, o ciò che riteniamo di poter attribuire a qualcosa che abbiamo definito istinto.


Ora, il fatto che all’essere umano si imponga, prima ancora di ogni venuta al mondo di ogni singolo individuo, quella specifica condizione che è la sua stessa totale immersione nel campo del linguaggio, non significa che lo possiamo per questo considerare esente dalle determinazioni naturali cui anche l’animale uomo, come ogni altro vivente, è assoggettato.


Anch’esso, biologicamente, partecipa di un’origine, si accresce, matura, si nutre, si riproduce e muore, con ben poche differenze di sostanza, alla fin fine, rispetto alle altre forme di vita dotate di analoga complessità.
Ma, fra le altre forme di vita, è l’unico, l’essere umano, a sapere tutto questo, e in particolare, per ciò che attiene al problema della sua ‘identità’, a sapere di nascere e di morire.E’ l’unico a raccontarsi tutto ciò attraverso miti, tradizioni, credenze, arte, ipotesi scientifiche.
Una questione, quella della ‘coscienza di morire’, ben altro che accessoria, come vorrebbero certe psicologie che ne riducono l’impatto quasi ad una sorta di optional, una sorta di preoccupazione esistenziale fra le altre, che colpirebbe soprattutto i depressi, o magari i vecchi, più vicini alla resa dei conti.


Yankélevich sostiene che di fronte alla morte non ci sono interpretazioni (filosofie) che tengano, che l’unica è problematizzarla, cioè farne un problema, e che questo è forse l’unico problema per l’essere umano. Come meglio intenderlo, se non nel senso che è proprio a partire da questo orizzonte - orizzonte di limite, di cui non possiamo evitare la consapevolezza, perché in ogni caso ci ritorna in qualche forma - che viene a situarsi ogni altra questione, o problema, da cui possiamo essere presi nel contesto della nostra vita? Ed a maggior ragione se si parla di crescita, o di sviluppo. Ma non è forse, questo orizzonte di limite, esso stesso il paradosso più lampante della nostra condizione di esseri ‘coscienti’, cioè parlanti, votati al senso, alla rappresentazione, all’impossibilità di dimenticarci di noi stessi sotto il profilo di un’identità che vive nel tempo di una memoria (senza origini) e di una fantasia di futuro?


Se ci siamo soffermati, pur con un così fugace richiamo, sull’ottica di radicalità da cui può esser posta la nostra questione, è perché si sarà già colto quanto inadeguato o unilaterale ci si presenti ogni approccio che cerchi di allineare, semplicemente, lo sviluppo psichico ad un qualsiasi modello di sviluppo fisico, biologico, ‘naturale’, senza indagarne le più complesse implicazioni.


Anche perché - ed è appunto questa una delle preoccupazioni che guidano alcuni dei saggi di questa raccolta - nel nostro caso, cioè da psicoanalisti, è tutto da vedere che cosa si possa intendere per ‘sviluppo naturale’. 

 

Quel che è certo è che il concetto di sviluppo, in se stesso, non è un concetto semplice né univoco, e tantomeno liquidabile attraverso parallelismi con modelli e teorie presi a prestito da altri orizzonti disciplinari. Ciò che definiamo in termini di sviluppo può essere rapportato ad un incremento di capacità e di funzioni che vengono integrandosi col progredire delle potenzialità fisiche nel corso della crescita? O, mutando ottica, deve venir subordinato ad una considerazione strutturale, per cui i ‘cambiamenti’ che possiamo osservare nel tempo in un soggetto sono da ascrivere piuttosto alle modalità del suo posizionarsi (e ri-posizionarsi) in quel campo del senso che lo precede da prima della sua stessa venuta al mondo?


In altri termini, l’essere umano entra e progredisce nel campo delle relazioni affettive e di linguaggio perché matura e perfeziona in sé, come in un programma orientato finalisticamente, funzioni simboliche sempre più complesse, o vi si muove all’interno perché vi è già dentro da sempre, non ‘creando’ quindi nuove strutture, ma accedendovi di volta in volta secondo certe condizioni? In questa seconda prospettiva, in luogo di una capacità simbolica concepibile come progressiva costruzione diacronica ad opera del soggetto a partire da un ‘punto zero’, balza in primo piano in tutta la sua portata l’incidenza dell’ordine preesistente delle strutture del linguaggio che operano sul piano della sincronia. Il soggetto vi emergerà allora come tale, propriamente, non in uno sviluppo a partire da un’origine, luogo mitico che resterà anzi sempre un vuoto, la mancanza per eccellenza, ma solo nella misura in cui da essere ‘parlato’ potrà individuarsi nella posizione di ‘parlante’, senza peraltro che questo possa mai intendersi come un’acquisizione stabile e data una volta per tutte.


Ma, come si vede, già porre questa duplice prospettiva aprirebbe un’interrogazione assai problematica. Al contempo, una tale contrapposizione riflette anche, in se stessa, la scelta di un certo modo di rilanciare la questione che ne orienta sin dall’inizio i presupposti in direzioni antinomiche. Non ci sembra questa la scommessa degli autori, che, in questo secondo volume della collana ancora ispirato, direttamente o indirettamente nei suoi contributi, ad un ripensamento dello sviluppo dal vertice psicoanalitico, propongono piuttosto percorsi originali d’interrogazione, per aprire sentieri, anziché ripetere, per rilanciare occasioni di riflessione critica attorno a questioni che nella attuale dominante tendenza verso una sistematizzazione ‘positiva’ della teoria psicoanalitica, e ancor più nella sua utilizzazione psicologica, hanno finito col perdere il senso d’impatto problematico, e sovversivo, con cui possiamo ancora gustarli sotto la penna di Freud. 


Il paradosso “fiore-chiuso” può allora apparirci emblematico di tale approccio di complessità. Come fiore in boccio rimanda ad una potenzialità che attende il suo pieno sviluppo. Come fiore-già-fiore, ma al contempo chiuso, non visibile, allude all’eclissarsi del soggetto proprio nella pienezza stessa del senso con cui questi crederebbe di apparire e di segnalarsi una volta per tutte.
In modi diversi, e a partire da temi d’intersse apparentemente anche lontani, i contributi della raccolta cercano di rilanciare alcune tematiche che si dipartono da una interrogazione critica attorno alla nostra questione. Il rapporto col nostro passato, con quel bambino immaginario che fa sempre da pendant al nostro presente, la tensione fra le suaccennate concezioni evolutivistiche e strutturalistiche, una rilettura dell’adolescenza che cerca di restituirle una specifica dignità proprio nel caotico sovvertimento di paradigmi che le è caratteristico, uno spunto sulla problematicità della stessa scienza nel suo volersi porre come descrittrice di una realtà obiettivamente esistente al di fuori dell’osservatore, un’originale rilettura del transizionale winnicottiano come prospettiva tragica del fondarsi del soggetto sull’oggetto immaginario, e ancora l’identità, la scelta di essere, come ‘tentazione’, di contro alle correnti visioni di uno sviluppo che non dovrebbe altro che seguire un percorso idealmente già stabilito.


Per questo si dice, nel sottotitolo, mediando da Cioran: dubbi sulla tentazione di crescere.