Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Presentazione
Silvana Caluori

[...] Si tratta [...] di una raccolta un po’ particolare, costituita dalla stesura di alcune conferenze e discorsi pronunziati in diverse occasioni, non omogenei quanto al tema e al contenuto, ma accomunati dal fatto di appartenere al ciclo di incontri e giornate di studio organizzati dall’Istituto per la Ricerca in Psicoanalisi Gradiva, nella sua sede di Firenze, nell’ambito del programma di attività di quest’ultimo anno.
Certo non è questo il solo motivo che accomuna i presenti contributi. Così come non è casuale il fatto di essere stati ospitati fra le attività promosse in tale sede. Infatti Gradiva costituisce ormai da anni il luogo in cui si cerca di perseguire un rilancio anche culturale della psicoanalisi, in una sua rilettura critica, che in vario modo appassiona coloro che si sono dedicati insieme a questa scommessa, siano essi membri aderenti all’Istituto e all’associazione di psicoanalisi Psicologia della Rappresentazione – che ne costituisce diciamo così “l’anima”, come organo promotore della formazione e della ricerca – o analisti collaboratori con i quali da tempo condividiamo strettamente le sorti di questa impresa.[...]
In questo modo abbiamo anche voluto rispettare una loro “freschezza”, nel senso del discorso parlato (anche se questo non equivale sempre ad un parlare semplice o di immediata comprensione), con minimi adattamenti laddove il parlato, come spesso accade, non poteva reggersi nell’esposizione scritta. Sono anche stati completati nei rispettivi riferimenti bibliografici e mediante l’aggiunta di note, quando l’autore ha ritenuto opportuno inserirle.

Poste queste premesse, ho scelto dunque di commentare brevemente l’insieme dei lavori, diciamo così, per “spunti”, senza preoccuparmi di alcuna sistematicità, raccogliendo solo alcuni temi fra quelli che personalmente mi sono sembrati utili ad offrire al lettore, in anteprima, qualche seduzione e qualche motivo di aggancio, anche in rapporto a quei problemi che credo che un pubblico si aspetti di vedere trattati da un diverso punto di vista. Nessun giudizio di merito, dunque, per cui nessuno me ne voglia!

Uno dei motivi che attraversa più o meno implicitamente la raccolta è quello, già accennato, della non semplificabilità della questione umana. Devo dire che è anche un tema a cui tengo particolarmente, perché credo che anche nel campo della stessa psicoanalisi la cosa non sia poi così acquisita. Voglio dire che non sempre l’apparente complessità della ricerca, quando non si tratti solo di una raffinata sofisticazione di linguaggio, è segno di un rispetto per la delicata complessità del soggetto di cui ci occupiamo. In tal caso, ad esempio, non è difficile scoprire che alla fine di un bel giro di sapienti argomentazioni il presupposto che opera è in realtà un’idea preconcetta e statica, assunta acriticamente, che sembra perciò spiegare tutto solo in virtù della sua forza di suggestione mitica.
A tal riguardo sarebbe consigliabile un più attento apprezzamento del lavoro di Freud sulla comprensione dei fenomeni suggestivi, a partire da Psicologia delle masse e analisi dell’Io, tanto per dare un’indicazione.
Certo è sempre possibile, e sicuramente più agevole, ignorare ogni presupposto di tale complessità, come avviene appunto nel trincerarsi dietro lo scudo di una dimostrabilità scientifica, e concentrarsi nella ricerca di nuove trovate teoriche o tecniche; ma queste, per forza di cose, tradiscono invariabilmente il ricorso a una logica di ricerca che porta lontano dal nostro campo e che spesso finisce per creare delle contaminazioni teoriche in cui viene a perdersi del tutto il senso della complessità della realtà psichica.
Altro conto è disporsi a lasciarsi interrogare proprio da tale complessità.

Realtà psichica, psychische Realität, nella lingua di Freud, può anche sembrare un’espressione generica, ma è un concetto che sin dagli albori della psicoanalisi venne ad assumere una forte pregnanza e una particolare specificità d’impiego: lo si può intendere come quell’orientamento inconscio che struttura il soggetto, che organizza i suoi sintomi e lo spinge anche a comportamenti più o meno ripetitivi che talora appaiono all’osservatore esterno come del tutto irrazionali. E’ la realtà del desiderio, che nelle sue diverse forme, del sintomo, del fantasma, della fantasia, del sogno, del delirio, abbiamo imparato a conoscere come una molla potente, come una realtà dotata di una economia e di una effettualità – per usare un termine di Wilfred Bion – non inferiore a nessuna considerazione d’interesse pratico. Ed è anche, per lo più, l’unica condizione percorribile che il soggetto ha per rappresentarsi in rapporto ai suoi desideri di affermazione, di amore, di riconoscimento.
Ne troviamo le tracce in più punti del testo, ad esempio laddove si parla del padre, o dell’ideale, così come dei malintesi d’amore, del narcisismo, e non solo.

Ma ecco che trattare di desiderio di amore e di riconoscimento non può che chiamare in causa una questione che per noi umani è assolutamente fondamentale: la relazione all’altro. Quell’altro, il simile, che è il destinatario vivente di ogni domanda, per il neonato, per l’amante, come per chi si rivolga ad un altro chiedendo una cura, un altro che, per complicare le cose, non cessa mai egli stesso di domandare. Inesorabilmente altro, e temuto per questo, ma al contempo ad un certo livello sempre immaginato come uguale a noi; e temuto anche per questo. Da tutto ciò derivano non pochi problemi.
Ma altro anche come grande Altro, nella terminologia di Lacan e come questione che ricompare in più punti del testo, come tutto ciò che ci precede, che precede ogni altro che possiamo incontrare sin dagli inizi della vita, come linguaggio, desideri, legge, inconscio (nel senso di tutto ciò che il soggetto non può ridurre a se stesso), ma anche come fantasia mitica delle varie forme di un Altro al di sopra di noi a cui chiediamo aiuto, amore e senso. O che invidiamo, come qualcosa di assoluto e a cui supponiamo in fantasia prerogative di beatitudine o di potenza illimitate, quel godimento che avvertiamo come impossibile e precluso nella nostra condizione di vita, ma che anima tanto la fantasia infantile di un segreto erotico e orgiastico che i genitori terrebbero avidamente per sé, quanto quella che si riferisce alle presunte prerogative di un dio.
Tutto questo allora ci riporta ad una interrogazione sull’onnipotenza, che, al di là dei casi di patologia più eclatanti, non possiamo mai considerare debellabile del tutto in ciascuno di noi. Da qui sorgono anche spunti per rivisitare in modo meno velleitario e più comprensivo della natura umana proprio quei fatti, oggi di cronaca, che gettano nella costernazione tutti coloro che, troppo identificati in una semplicistica cultura del benessere, rifuggono dal vederli come qualcosa che invece ci concerne tutti, che attiene alla stoffa stessa del nostro essere: che si tratti di guerre, o di misfatti perpetrati nel privato di famiglie apparentemente comuni. Ecco allora irrompere sulla scena Pan, la frenesia irrefrenabile, il panico, l’alieno e l’inconcepibile.

Per questo abbiamo adottato, nel titolo della raccolta, un’espressione che rimanda alla tenacia, alla permanenza, all’insistere delle storie, permettendoci un piccolo gioco sul titolo di un noto libro di James Hillman di vari anni fa: Le storie che curano.
Se curano, le storie, non saprei dirlo. Personalmente non ritengo che curino più di quanto ammalino (nel doppio senso), fanno parte, semplicemente, del nostro modo d’essere, cioè della nostra necessità di rappresentarci miticamente, al mondo e a noi stessi.
Ma nel durare, delle storie, delle rappresentazioni, si esprime, per un verso, il senso della ripetizione, del ripetersi, quell’eterno ritorno, nelle infinite sue sfaccettature, di una passione inestinguibile, perché inesauribile è quel domandare stesso che ci connota in quanto umani. Inestinguibile, appunto, perché mai nessuna risposta, nessuna formula, potrà soddisfarlo più di tanto.
Per un altro verso, le storie durano in quanto tengono, così come una trama di un’opera si perpetua nel tempo se “regge”, se permette ad altri delle identificazioni che funzionano, per cui se è vero, come recita un noto adagio, che “non c’è niente di nuovo sotto il sole”, è altrettanto vero che gli arricchimenti e le diverse sfumature della cosa ce ne daranno di volta in volta una lettura originale, creativa, sublime o intrigante, che può allora anche sorprenderci, farci meravigliare, o risvegliare in noi passioni o sentimenti perturbanti.
E’ facile cogliere in tal senso un riferimento alle nostre storie dell’analisi, a quella necessità di ripensarsi, di rivisitarsi, di ricostituire trame e rappresentazioni che anima quel raccontarsi ad un altro che struttura, appunto, la condizione fondamentale dell’analisi stessa. Ma, al di là di questa particolare esperienza, il riferimento va anche alle infinite storie con cui l’essere umano non può fare a meno di dirsi e di interpretare se stesso e il mondo: dal mito, all’arte, alla scienza, sì, perfino alla scienza perché, come notano proprio degli illustri scienziati, i fisici stessi non hanno altra lingua che quella del mito.
E’ facile cogliere in tal senso un riferimento alle nostre storie dell’analisi, a quella necessità di ripensarsi, di rivisitarsi, di ricostituire trame e rappresentazioni che anima quel raccontarsi ad un altro che struttura, appunto, la condizione fondamentale dell’analisi stessa. Ma, al di là di questa particolare esperienza, il riferimento va anche alle infinite storie con cui l’essere umano non può fare a meno di dirsi e di interpretare se stesso e il mondo: dal mito, all’arte, alla scienza, sì, perfino alla scienza perché, come notano proprio degli illustri scienziati, i fisici stessi non hanno altra lingua che quella del mito.
Ma, sotto ancora un altro aspetto, si dice che le cose durano se sono dure. Anche le storie sono dure, e non solo perché spesso quelle che ci capita di ascoltare recano in sé tutto il tragico di un’esperienza di vita che rasenta talora l’inconcepibile. E proprio come tali, allora, in tutta la loro durezza, avrebbero bisogno di essere ascoltate, e non evitate o tappate da rimedi chimici o consolazioni pietistiche. Né più né meno di quelle che, altrettanto drammaticamente, invadono appunto le cronache, storie vive di pasta umana, e non espedienti per alzare l’audience, come si sul dire da un po’ di tempo a questa parte. Sarebbe bene rifletterci.
Non solo per questo, dicevo. Ma anche perché ogni storia, ogni rappresentazione, ogni frammento di rappresentazione ci fa sentire ad un certo suo punto una sorta di zoccolo duro, un qualcosa che fa ostacolo e che può sciogliersi solo quando il soggetto può permettersi di non sentirsi più così ancorato a quella particolare rappresentazione di sé, come se ne andasse della sua stessa esistenza. Così come, in un riferimento al mio intervento, lo zoccolo duro di Pan, il dio capro, può farci pensare alla inaddomesticabilità del desiderio illimitato, onnipotente, mentre è lo stesso Pan che si presenta, sorprendentemente, come unico soccorritore di Psiche suicida: come a dire che dalla depressione più cupa e dallo scoramento più devastante ci si può sciogliere solo aprendosi all’ascolto del suo abisso, del suo eccesso, della sua dura ostinazione. Cioè, dandosi un tempo di riflessione.
E’ di nuovo la questione della complessità, dei molteplici piani che entrano in gioco quando si tratta di avvicinare la realtà psichica, nella sua sottile oscillazione fra ripetizione e trasformazione, da un’ottica un po’ più aperta e non solo preoccupata di trovare risposte certe e definitive.
Un lavoro di riflessione che darà certo i suoi frutti anche al nostro lettore, se saprà mantenersi all’altezza della sua curiosità.