Associazione Psicoanalitica - Psicologia della Rappresentazione

Dalla quarta di copertina

 

 

 

Quando si hanno di fronte i desideri inconsci, portati alla loro espressione ultima e più vera, bisogna dire che la realtà psichica è una particolare forma di esistenza che non dev’essere confusa con la realtà materiale.


Così Freud, nell’opera forse più amata, L’interpretazione dei sogni, esprimeva uno dei tratti più potenti della sua scoperta: la funzione strutturante del desiderio inconscio nella vita psichica dell’essere umano.


Il desiderio, e con esso l’angoscia, le difese, il sintomo, sono le strutture del disagio che proprio attraverso tali rappresentazioni non cessa di segnalarsi, chiedendo accoglimento e comprensione.

 

È attorno a questa esperienza, paradossale e così umana – troppo umana –, che prende vita la stessa psicoanalisi.

 

Ma è possibile oggi, in un tempo in fuga dal pensiero, smanioso di ‘soluzioni’ veloci e a buon mercato, coltivare ancora una psicoanalisi in grado di ‘camminare con le proprie gambe’, in un suo specifico, senza la necessità di essere ‘stampellata’ da saperi di altra provenienza? Una psicoanalisi veramente ‘laica’?

 

Sono possibili, per essa, una formazione e una pratica clinica autonome, a fronte di una legislazione che sembra autorizzare a forzarla sempre più nelle strettoie della professionalità psicoterapeutica?

 

Il sintomo e il disagio sono incidenti e menomazioni da abolire nel più breve tempo possibile, o ‘risorse’ per aprire un contatto, un ascolto, di quanto più profondamente ci connota come umani?

Per i giovani studiosi, gli appassionati, gli ‘esperti’, e per chi non si accontenta di facili illusioni, sulla scorta di una lunga esperienza formativa, di pratica clinica e di insegnamento universitario, gli autori suggeriscono spunti ed elaborazioni per un ritorno al cuore, per così dire, dell’esperienza della psicoanalisi: che è esperienza della propria particolarità, in un ‘prendersi cura’ del sintomo, in quanto compromesso tra la fuga dalla sofferenza e il desiderio di ‘ascolto’ delle sue preziose opportunità.


Una testimonianza decisamente in controtendenza, rispetto alle tante promesse salutistiche e alle confusioni disciplinari e contaminazioni ormai sempre più diffuse.

 

 

 

In apertura del testo

 

 

Codesto solo oggi possiamo dirti,
Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

 

Eugenio Montale, da Ossi di seppia

 

 

Quattro rane stavano sedute su di un tronco che galleggiava in riva a un fiume. Improvvisamente il tronco fu preso dalla corrente che lentamente prese a trascinarlo. Le rane, che non avevano mai navigato, erano incantate e interessate al tempo stesso.


Dopo un po’ la prima rana parlò, disse: «Questo tronco è proprio una meraviglia. Si muove come se fosse vivo. Non se ne erano mai visti così».


E la seconda rana parlò, e disse: «No, amiche mie, questo tronco, come gli altri, non si muove. È il fiume che scorre verso il mare e ci porta con sé».


E la terza rana parlò, e disse: «Non si muovono né il tronco né il fiume. Ciò che si muove è nelle nostre menti. Poiché senza pensiero non si muove nulla».


Le tre rane cominciarono così a bisticciare su che cosa si stesse realmente muovendo. Il litigio si fece più violento, ma l’accordo non si trovava.


Si rivolsero allora alla quarta rana, che fino a quel momento aveva ascoltato in silenzio, e chiesero la sua opinione.


E la quarta rana disse: «Ciascuna di voi ha ragione, nessuna ha torto. Si muovono il tronco, l’acqua e il vostro pensiero».


Le tre rane andarono in collera, poiché nessuna voleva ammettere che la sua non fosse la completa verità e che le altre non avessero completamente torto.


Accadde a questo punto una cosa strana. Le tre rane tutte insieme buttarono la quarta nell’acqua.

 

(Da: G.K. Gibran, Il precursore)

 

 

 

 

 

 

 

 

Desideriamo ringraziare tutti coloro che nel corso degli anni hanno dato, a vario titolo e in diversi modi, un contributo sostanziale alla nostra ricerca. Alcuni partecipando direttamente al dibattito, allo scambio, nel corso di incontri, seminari, o nell’assiduo lavoro di formazione permanente attraverso cui l’analista allena, affina e sviluppa le qualità della sua funzione analitica. Altri, certo i più, per il prezioso apporto d’esperienza fornito anche senza esserne consapevoli, in qualità di pazienti – o analizzandi, o analizzanti, come si preferisce chiamarli –, perché è nella costante prova della domanda di cura che ogni teoria, grande o piccola, sulla «realtà psichica» può sperare di avere un senso, una tenuta, una ragion d’essere. Al di là degli inutili compiacimenti intellettualistici, s’intende.


Di tutti, i primi come i secondi, non sarebbe possibile fare i nomi. Ognuno, del resto, vi si potrà riconoscere, secondo il suo proprio desiderio.


Un riconoscimento va anche agli allievi che nel corso del tempo si sono succeduti, anche a coloro che hanno poi preso strade diverse dalle nostre – stimolo, anche questo, di più attenta riflessione. Così come a molti dei numerosi tirocinanti a cui abbiamo dedicato in questi ultimi anni una buona parte del nostro impegno, di insegnamento e formazione, perché con le loro questioni e domande talvolta spiazzanti ci hanno costretto spesso a ripensare e a commisurare alla luce delle loro necessità pratiche e prospettive professionali certe acquisizioni teoriche date, a torto, per scontate.


Ancora un ringraziamento ai membri del progetto Prisma, Debora Banci, Mara Bonapersona, Ingrid Madiai, Larzia Mannelli, Marina Mazzieri, Diletta Pieri, Elisabetta Pirone, Domenico Ruocco, Laura Signorini, i quali, già tirocinanti o iscritti a un cammino di formazione, si sono appassionati alle nostre proposte e impegnati in un’opera di collaborazione per arricchire col nostro stile di esperienza psicoanalitica campi di ascolto del disagio e di intervento oggi spesso in mano a un pullulare di superficiali frammentazioni tecnicistiche.


Una menzione particolare, infine, va naturalmente ai due collaboratori più vicini, Massimo Caluori, co-fondatore dell’Istituto Gradiva, la culla, per così dire, di questa nostra linea di ricerca, e Roberto Marchi, già presente, come allievo allora, sin dalle prime iniziative negli anni ottanta; ascoltatori pazienti e importanti interlocutori, medici capaci di rinunciare al ‘camice’ quando si tratta di psiche, clinici attenti e interpreti originali di una psicoanalisi viva anche in contesti non tradizionali e, a volte, di frontiera, e compagni in un cammino non sempre agevole e quanto meno in controtendenza rispetto a molti frusti stilemi oggi così diffusi.