Medico, specialista in psicologia clinica, già operatore SERD, membro Istituto Gradiva ed Opificio della cura.

Il passato, questo nostro amico ignorato

Commento al libro di mio padre Giuseppe "Case dei vecchi miei"

"Case dei vecchi miei"

Nel libro " Case dei vecchi miei" lo spazio si dilata, si respira aria fresca e non stantia. Si ha l'impressione di viaggiare in un mondo perduto che, se pur carico di povertà, disagi e stenti, tuttavia si rivela incredibilmente affascinante e ricco. Ed è invece la vita dei nostri giorni ad apparirci misera, ripetitiva e rigida, noiosa, insignificante. Abbiamo ritenuto, con atteggiamento sufficiente e presuntuoso, di poter fare a meno del passato e di non badare poi neppure tanto al futuro. Ma in questo modo abbiamo contratto il nostro spazio psichico, i luoghi dell'anima. Anche da qui deriva il sentimento, molto diffuso nella nostra epoca, di non senso, di smarrimento d' identità, di angoscia di fondo, di incolmabile solitudine. Siamo soli con il nostro presente, senza memoria e senza speranze, artisti nel consumare, nel divorare, nel distruggere tutto ciò che incontriamo. Questi ricordi costituiscono un tentativo tenace di salvaguardia di un' identità collettiva indispensabile per la ricchezza di quella individuale. Ogni casa, ogni personaggio che l'ha abitata, ogni immagine, ogni storia, ogni usanza, ogni rito, diventano una tessera ricostruttiva di quel bel mosaico che era il nostro paese.

Il paese abbandonato

La visita alle "case dei vecchi miei" è accompagnata da struggente nostalgia.
Infatti, guardatelo oggi questo nostro amato paese abbandonato ! E' sempre li, persino abbellito da qualche discreto restauro. Ma le case sono disabitate o acquistate da qualche forestiero per trascorrervi pochi giorni l'anno. La gente l'ha lasciato per andare a vivere in case nuove, costruite all'insegna dell'idividualismo e della "privacy ", come oggi si usa dire con un termine che, per l'appunto, non appartiene proprio alla cultura della nostra comunità. Cosi costruiamo quartieri anonimi che assomigliano a periferie di una città che, tra l'altro, non c'è. Solo per inseguire mondi pensati da altri, che ci emarginano, che ci isolano, e che non ci appartengono. E il cuore ci si stringe se percorriamo oggi l'antico paese abbandonato, perché lo sentiamo freddo, triste, inanimato. Non c'è più quel "cuore pulsante del mio antico rione", dove tutto aveva importanza e vita, dove i mietitori cantavano, dove anche le capre " meritavano una menzione" insieme agli altri animali, e persino agli oggetti. Ogni cosa era animata nell'antico rione". C'è stata una perdita, un lutto. Alcuni, o molti, potrebbero dire che invece ci siamo evoluti da tanti punti di vista. E' vero, ma la perdita c'è stata ugualmente. Ed è una perdita di anima principalmente, ma non solo… Un santo, dicono il più santo, diceva : " non di solo pane vive l'uomo"…E' proprio vero. Questi percorsi nel nostro passato ci fanno riflettere, ridimensionano le nostre ostentate certezze, ci fanno porre delle domande. E, fintanto che continuiamo a raccontarci storie ed a porci domande, c'è vita….

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Massimo Ginanneschi

Massimo Ginanneschi

Medico, specialista in psicologia clinica, già operatore SERD, membro Istituto Gradiva ed Opificio della cura.

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