Massimo Caluori

Massimo Caluori

Psicoanalista, medico, pediatra. Ha lavorato come internista nella USL 11 della Toscana, ove ha in seguito condotto un’attività di sensibilizzazione psicoanalitica e supervisione di operatori sanitari nell’ambito del Progetto Global Care. Membro fondatore dell’Istituto Gradiva e dell’Associazione psicoanalitica Psicologia della Rappresentazione, collabora alla Collana di Studi Psicoanalitici Rappresentazioni (ETS, Pisa), ove sono presenti alcune tra le sue pubblicazioni. In tali ambiti ha condotto lezioni e corsi sulla psicosomatica e sui rapporti fra psicoanalisi e medicina, e corsi e interventi formativi e di aggiornamento presso enti pubblici e privati. Medico scolastico dal 2020 al 2022 presso la Usl Centro Toscana. Coordina lo sportello di ascolto psicologico presso Unicollege SSML (Scuola Superiore per Mediatori Linguistici) a Firenze. Vive a Montopoli V.A. e lavora a Montopoli e Firenze.

Web, Tecnologia e Principio Normativo

Il soggetto e la frantumazione del principio normativo

Firenze, 08.10.2022

La dimensione del vivere sociale, dell’essere in relazione, si è oggi profondamente
modificata.
Con l’avvento del web (il surface web, il deep web e il dark web), internet e la
tecnologia ad esse associata, stiamo assistendo a profondi e rapidi cambiamenti dei
comportamenti, dei costumi e delle abitudini a livello individuale e sociale.
Non di meno, nel lavoro clinico è sotto gli occhi di tutti un rimodellamento
dell’assetto psichico dell’individuo, sempre meno apparentato con ciò che fino ad
oggi la psicoanalisi di Freud ci ha descritto.
Stiamo assistendo all’amplificazione della dimensione temporale a scapito di quella
dello spazio, che attraverso il grosso contributo della tecnica, è stato ridimensionato.
Le modalità comunicative fino a pochi anni fa richiedevano un luogo, una
dimensione spaziale, un punto di ritrovo, dove potevano prendere forma contenuti
individuali da esprimere e confrontare, esponendo le persone apertamente al giudizio
degli altri, ma anche facilitando esperienze di socializzazione e di condivisione.
Inizialmente era la piazza, l’agorà, che faceva da scenario, in cui ci si esponeva e si
partecipava ad una vita sociale comune. C’era uno spazio, ma anche un tempo, a
sostenere la possibilità di confrontarsi e mettersi in gioco.
Pian piano, con l’avvento della tecnologia e dell’era consumistica, questo spazio si è
progressivamente depersonalizzato.
Oggi le piazze sono state sostituite dai centri commerciali, pensiamo all’istituzione di
sale di lettura e biblioteche inserite all’interno delle attività commerciali, utilizzabili
anche nei giorni festivi e divenuti centri di accoglienza dei molti che fuggono dal
gran caldo estivo e dove assistiamo alla progressiva sovrapposizione del
soddisfacimento dei bisogni primari con l’induzione di irrinunciabili desideri.

L’uso della tv ha portato nelle case, comodamente, il luogo di incontro, con ritmi che
scandiscono il tempo, l’appuntamento del programma, come punto di ritrovo, da
fruire comodamente magari mentre si mangia o si sta a letto.
In più, l’effetto passivizzante dello strumento, ha ridotto sensibilmente lo sforzo
individuale necessario per una partecipazione diretta.
Anche la dimensione del tempo è diventata assoggettabile, similmente a quella dello
spazio, ai bisogni personali: la televisione on-demand, i programmi riproducibili nei
tempi che desideriamo, non più eventi che scandiscono i giorni e le ore della giornata
e della settimana, non più il tempo dell’attesa che alimenta ed accresce il desiderio.
Queste possibilità si sono enormemente ampliate con l’utilizzo del web, grazie
all’uso di strumenti che la tecnologia mette a disposizione e che modificano la
percezione di un dove e di un quando, accrescendo di giorno in giorno l’idea del
padroneggiamento della dimensione spaziotemporale in ambito sociale e non solo.
Facciamo cose a qualsiasi ora del giorno o della notte, festivi compresi, ed in
qualsiasi luogo, o quasi (basta che ci sia campo). Non esiste più uno spazio ed un
tempo specifici, né più né meno di ciò che accade ai prodotti alimentari: abbiamo a
disposizione le primizie tutti i giorni dell’anno, azzerando il tempo dell’attesa che
accresce le aspettative.
Non è più necessario ricorrere a scopi delimitati da un orizzonte di senso, non si
necessita di un bagaglio di idee e di un corredo di sentimenti in cui riconoscersi.
È l’era del fare che ha sostituito quella dell’agire.
A dirla con il filosofo Gunther Anders, si istituisce il seguente paradigma: io “agisco”
quando compio delle azioni in vista di uno scopo che condivido, mentre “faccio”
quando eseguo bene il mio mansionario, prescindendo dagli scopi finali che non
conosco o dei quali, ipotizzando che li conosca, non ne sono comunque responsabile,
indipendentemente dalla mia possibile condivisione.
Gli elementi fondamentali che sostengano lo svilupparsi di un’esperienza di senso, la
capacità critica e di giudizio e l’assunzione di responsabilità, vengono meno; essi non
sono indispensabili, infatti, per sostenere l’impalcatura del nostro fare.
Capacità critica e di giudizio ed assunzione di responsabilità diventano desueti;
Capacità di critica, intesa come facoltà di esaminare e valutare pensieri, fatti e azioni,
secondo un discernimento derivante dalla applicazione di un filtro soggettivo che
metta a torsione secondo una visione pluriangolare.

Capacità di giudizio, come il riportare al valore di una norma superegoicamente
positiva e riconosciuta a livello collettivo.
Assunzione di responsabilità, ovvero la capacità di mettersi in gioco a titolo personale
per sostenere una propria opinione, azione o pensiero, proporsi garante e farsi carico
soggettivamente delle conseguenze che questo comporta.
Infatti, queste istanze richiedono energie, fatica, sono il prodotto dell’acquisizione di
un percorso personale che non solo costruiamo di volta in volta, ma anche ereditiamo
da chi ha lasciato traccia prima di noi.
Richiede il dover occupare un posto, di avere il proprio posto, dal quale potersi
esprimere, grazie ad un riconoscimento che il posto stesso garantisce.
È molto importante per ciascuno di noi trovare il proprio posto, anche quando
abbiamo libertà di valutazione: non è mai casuale la scelta di un posto, dipende dal
contesto, come al tavolo di una cena, dove, con chi, chi sono le persone che decidono
di sedersi accanto a noi, spesso e volentieri si aspetta che gli altri prendano posto per
poi fare opportunamente la nostra scelta, oppure i posti strategici che ci possono
essere in situazioni in cui la presenza di ciascuno assume un ruolo riconosciuto come
significativo.
Nella dimensione virtuale della nostra vita non ha senso parlare di un posto da
occupare.
La tecnologia ci permette di essere dovunque, di occupare qualunque posto,
indipendentemente dalle proprie competenze o ambizioni. Il nostro esserci è garantito
comunque, anche quando non abbiamo niente da sostenere.
Si potrebbe dire, in un certo senso, che ci si autorizza ad essere dappertutto e quindi
in un posto che non si trova da nessuna parte, quasi in una sorta di autarchia.
Solitamente, come dicevo prima, il posto è quel qualcosa che viene occupato e viene
riconosciuto anche dagli altri; un posto con un intendimento unilaterale è un posto
che acquisisce qualcosa di assoluto, perché non è in relazione; in assenza di relazione
con l’altro non è possibile collocarsi e, quando non è possibile collocarsi, ci si sposta
verso l’idealizzazione assoluta e, nell’idealizzazione, in quanto tale, è resa
impossibile la realizzazione.
La tecnica condiziona il nostro modo di essere nel mondo e delimita una generazione
dove l’esperienza dei padri non può passare ai figli. Perché i padri sono vissuti in un
mondo reale mentre i figli vivono in un mondo virtuale.

La questione del posto che si occupa appare chiara nella lettura psicoanalitica della
metafora edipica: essa è il costituirsi del principio normativo che regola (o regolava?)
lo svilupparsi delle relazioni endogamiche e sociali.
Le funzioni materna e paterna si sono progressivamente distorte e contratte nel
regime relazionale, lasciando solo una flebile traccia nella trasmissione genetica.
Negli anni Ottanta, negli Stati Uniti, sono state messe in commercio delle protesi: una
pancia di gomma, quindi finta, con una cintura che il futuro babbo avrebbe dovuto
indossare per provare il brivido della gravidanza e quindi poi prepararsi al parto della
moglie, oppure delle mammelle, anch’esse di gomma, da applicare con un reggiseno,
una delle quali collegata con un tubicino ad un biberon ed il babbo doveva offrire
questa mammella finta al figliolo, nella mansione di un allattamento dal punto di
vista paterno.
Il principio normativo assoggetta la regolamentazione di un essere paradossalmente
frammentato, regolato da orientamenti comportamentali che assumono caratteristiche
globalizzanti e quindi depersonalizzate.
La dimensione locale risente inevitabilmente di ciò che si delinea a livello globale, in
una sorta di diaspora della dimensione soggettiva verso quella collettiva.
Ne conseguono un disorientamento e uno spaesamento che vengono repentinamente
saturati con diluizioni preconfezionate ed universali, impedendo di fatto di dare un
senso ai sintomi che essi inducono.
Sappiamo come in psicoanalisi il sintomo sia considerato una risorsa per il soggetto,
non solo un elemento di disturbo, e sappiamo che il sintomo può essere letto come
l’espressione del fallimento del meccanismo inconscio della rimozione, un segno
consapevole di qualcosa di inconsapevole. È la modalità emergente, sotto forma di
fastidio, dei contenuti (desideri) inconsci in cerca di soddisfazione, attraverso la falla
aperta dal fallimento della rimozione.
Ma se il conflitto, che è alla base del sintomo, trova immediata quanto apparente
soluzione ancor prima che esso possa emergere alla coscienza, nessuno è più in grado
di esercitare il ricorso ai meccanismi di difesa, come appunto la rimozione, e i
sintomi, allo stato larvale, vengono derubricati dal controllo e dal padroneggiamento,
tanto illusorio quanto virtuale, che la tecnologia ci offre.
Non solo la ricerca del rimedio al sintomo, che prima era della nonna, ma
l’immunizzazione al conflitto, conflitto che abbiamo fino ad oggi sempre creduto
come occasione di crescita, sono raggiungibili attraverso l’adesione a stereotipi che
non richiedono valutazioni soggettive, ma che garantiscono la tanto decantata
immunità di gregge.

La nevrosi sociale è integrata nello stesso efficiente meccanismo del suo
funzionamento e la derubricazione del conflitto la traduce nella massificazione
adesiva a comportamenti più o meno stereotipati.
Il vertice da cui esercitiamo tale illusorio padroneggiamento è dovunque, è nella
dimensione della tecnica, nel funzionamento efficiente delle cose, al di fuori di un
senso che coinvolga l’anima.
Gli eccessi dell’anima non sono più una questione umana ed il vuoto che ne deriva è
riempito da contenuti offerti per ogni esigenza e reperibili a buon mercato.
L’ideale in cui riconoscersi è soppiantato dal buon funzionamento e dall’efficienza;
l’etica e la politica, private di capacità di critica e di giudizio, non possono nulla,
perché esigono un’assunzione di responsabilità che questo sistema, per funzionare,
non richiede.
L’amore, il dolore, il sogno, il desiderio, intrisi di una questione di senso che è
irrazionale, in questa dimensione diventano ridondanti, e vengono assoggettati alla
logica, per poter essere “commercializzati” in senso consumistico.
Nel 1998, che ci sembra così lontano, un film con Jim Carrey, “The Truman show”,
ha mirabilmente anticipato i tempi su quanto sarebbe avvenuto.
E questa frase scritta da Totò:

“Di notte, quando sono a letto, nel buio della mia camera, sento due occhi che mi fissano,

mi scrutano, mi interrogano, sono gli occhi della mia coscienza”

– Totò

Potremmo contestualizzarla al presente così:

“Di notte, quando sono a letto, nel buio della mia camera, sento due occhi che mi fissano,

mi scrutano, mi interrogano, sono gli occhi del Grande Fratello”.

Massimo Caluori

Massimo Caluori

Psicoanalista, medico, pediatra. Ha lavorato come internista nella USL 11 della Toscana, ove ha in seguito condotto un’attività di sensibilizzazione psicoanalitica e supervisione di operatori sanitari nell’ambito del Progetto Global Care. Membro fondatore dell’Istituto Gradiva e dell’Associazione psicoanalitica Psicologia della Rappresentazione, collabora alla Collana di Studi Psicoanalitici Rappresentazioni (ETS, Pisa), ove sono presenti alcune tra le sue pubblicazioni. In tali ambiti ha condotto lezioni e corsi sulla psicosomatica e sui rapporti fra psicoanalisi e medicina, e corsi e interventi formativi e di aggiornamento presso enti pubblici e privati. Medico scolastico dal 2020 al 2022 presso la Usl Centro Toscana. Coordina lo sportello di ascolto psicologico presso Unicollege SSML (Scuola Superiore per Mediatori Linguistici) a Firenze. Vive a Montopoli V.A. e lavora a Montopoli e Firenze.

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