Massimo Caluori

Massimo Caluori

Psicoanalista, medico, pediatra. Ha lavorato come internista nella USL 11 della Toscana, ove ha in seguito condotto un’attività di sensibilizzazione psicoanalitica e supervisione di operatori sanitari nell’ambito del Progetto Global Care. Membro fondatore dell’Istituto Gradiva e dell’Associazione psicoanalitica Psicologia della Rappresentazione, collabora alla Collana di Studi Psicoanalitici Rappresentazioni (ETS, Pisa), ove sono presenti alcune tra le sue pubblicazioni. In tali ambiti ha condotto lezioni e corsi sulla psicosomatica e sui rapporti fra psicoanalisi e medicina, e corsi e interventi formativi e di aggiornamento presso enti pubblici e privati. Medico scolastico dal 2020 al 2022 presso la Usl Centro Toscana. Coordina lo sportello di ascolto psicologico presso Unicollege SSML (Scuola Superiore per Mediatori Linguistici) a Firenze. Vive a Montopoli V.A. e lavora a Montopoli e Firenze.

Patologia della normalità, normalità della patologia

“La normalizzazione farmacologica”

Quando parliamo di normalità e patologia, è necessario chiarire il significato che diamo a questi due termini, tanto usati ed abusati da essere confinati nella scontatezza e quindi equivocati, se non addirittura sovrapposti fra loro.

Questa precisazione è indispensabile per comprendere a pieno la differenza dei punti di vista medico e psicoanalitico sulla questione ed i presupposti su cui si basano per l’impostazione della “cura”.

Infatti, da quando la psicoanalisi ha occupato uno spazio significativo nella cultura del Novecento, si è creata una sorta di contrapposizione tra le modalità di approccio al problema della patologia, fino al reciproco tentativo di screditare la posizione dell’altro, e non valorizzando, invece, la diversità di metodo che si costruisce su presupposti dissimili, ma non per questo alternativi. Tanto è vero che il mondo medico ha accusato la psicoanalisi di voler rendere patologica la normalità, lì dove Freud si era premurato di precisare che l’ottica psicoanalitica, casomai, mirava a dare un senso di normalità alla patologia.

Ne L’uomo senza qualità, Robert Musil si esprime così, a proposito della malattia mentale:

Quel che distingue un sano da un infermo di mente è appunto che il sano ha tutte le malattie mentali, e l’infermo soltanto una. (1930-1933)

Emerge, mirabilmente, in questa frase [qualcosa di analogo alla posizione di Freud a proposito del concetto di salute, vista non come l’assenza di malattia, ma, per l’appunto, il risultato di un fluido equilibrio di varie condizioni, che solo se prevalenti e predominanti sulle altre possono innescare la malattia.

In ambito medico, il concetto di normalità viene ricondotto a due criteri di definizione, uno empirico, cioè quello statistico, l’altro teorico, cioè quello normativo.

Secondo il criterio statistico, la normalità viene fatta coincidere con ciò che l’osservazione, per esempio epidemiologica, riscontra come più frequente nella popolazione, quindi attiene ad un riscontro quantitativo e non qualitativo. Il criterio normativo fa riferimento ad un modello teorico, ideale, frutto quindi di regole a priori, dettate per lo più da condizionamenti socio-culturali, in cui identificare il concetto di normalità.

Il tentativo è di ricondurre il percorso di ricerca ad una unica, assoluta, verità, con cui far coincidere l’osservazione della realtà.

Ci sono tante grossolane incongruità in tali metodi da indurre a farne uso in modo meno rigido e dogmatico: per esempio, comportamenti statisticamente più frequenti di altri si scontrano con quello che è il buon senso e l’ovvietà del concetto di normalità, come il fumare, il non pagare le tasse, il trasgredire il codice della strada, e di conseguenza, per antitesi, assume significato patologico fare il contrario.

D’altro canto è difficile considerare a-normali quegli individui che, pur non avendo una patologia conclamata, sono portatori di fattori di rischio, come per esempio il colesterolo alto o certe abitudini comportamentali, anche perché non è per niente scontato che tali fattori conducano alla malattia. Non è poi detto che, riportando entro valori normali misurazioni biologiche considerate alterate, il rischio di ammalarsi sia ridotto. E’ stato appurato che l’eccessiva riduzione del tasso di colesterolo nel sangue provoca un vertiginoso incremento di casi di infarto miocardico.

Ci sono degli esempi, nella storia della medicina, che dimostrano come la cura sia stata più pericolosa, quindi più dannosa, dell’evento che l’ha richiesta.

E’ il caso del clofibrate, farmaco in gran voga venti-venticinque anni fa, somministrato in abbondanza come ipocolesterolemizzante, con l’obiettivo di ridurre l’incidenza degli infarti; si scoprì che nei soggetti in cui era stata fatta prevenzione con questo farmaco erano aumentati considerevolmente i casi di alcuni tipi di tumore; se a questo si aggiunge l’effetto collaterale poco gradito dell’impotenza sessuale, si può comprendere come il suo utilizzo cadde rapidamente in disuso.

Recentemente abbiamo avuto, sempre nell’ambito della stessa prevenzione, il caso della cerivastatina, che se doveva difendere dai rischi di patologie cardiovascolari, favoriva quelle per rabdomiolisi.

Un ultimo esempio riguarda uno studio condotto in Inghilterra su un nutrito numero di medici fumatori che avevano deciso di smettere di fumare. Nel gruppo osservato, erano sì ridotte le morti per infarto, ma erano significativamente aumentati i decessi per suicidio e per patologie correlate all’alcoolismo.

Con questo non si vogliono creare illusorie convinzioni, in chi fuma, che la loro abitudine preservi dal suicidio e dall’alcoolismo, ma evidentemente ci troviamo di fronte ad un errore di metodo.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha spostato la questione della normalità sul concetto della conservazione dello stato di salute, che ha così definito: Stato di benessere fisico, psichico e sociale.

Si entra qui in un campo di definizione in cui l’unica verità, l’oggettivazione descrittiva della realtà, deve fare riferimento ad un qualcosa di soggettivo: e sì, perché la condizione di benessere, per quanto la si voglia fare aderire, con un criterio normativo, a dei parametri oggettivi, si scontra con l’empirismo delle valutazioni soggettive, diverse da individuo a individuo: il benessere di una persona può rappresentare il malessere per un’altra; qui dovremmo scomodare il sentimento dell’invidia, ma un passo tratto da Oblomov di Gonciarov rende molto bene l’idea:

Uno ha una preoccupazione: deve trovarsi l’indomani in tribunale per una causa che si trascina da cinque anni; la parte avversa ha la meglio ed egli non ha che un pensiero, un desiderio: dare lo sgambetto all’altro e sulla sua caduta costruire l’edificio della sua fortuna; Per cinque anni non ha fatto altro che andare, stare seduto, sospirare nelle anticamere: ecco l’ideale e lo scopo della vita! Un altro si tormenta perché è condannato ad andare in ufficio tutti i giorni e rimanervi fino alle cinque, mentre un terzo sospira perché a lui non è concessa questa fortuna. (1859)

E qui si evidenzia un altro paradosso: la contestualizzazione della diagnosi, come momento di oggettivazione di un percorso clinico, si serve di parametri che spesso e volentieri riconducono ad una valutazione squisitamente personale per chi li vive e per chi li osserva: cioè i sintomi, che sono l’espressione di una sensazione soggettiva di malessere; un esempio è il dolore, e sappiamo, per esperienza, quante sfumature di significato e di livello ognuno di noi dà a tale sintomo.

Un famoso clinico medico, Dioguardi, amava affermare che la diagnosi più difficile da fare in medicina è la diagnosi di sanità.

In campo psicologico un altro sintomo, quale l’ansia, assume valenze a volte anche contrapposte tra loro, e questo lo psicoanalista sa quanto sia importante.

In medicina, la diagnosi spesso viene fatta coincidere con il sintomo, e allora tutte le sfumature significanti di questo, espressione di un vissuto soggettivo in fermento, diventano superflue, perché la terapia si traduce sempre in un intervento farmacologico monotematico, che appiattisce la valenza ed il valore soggettivo che questo ha per la persona.

Soprattutto in ambito psichiatrico, il percorso diagnostico, così come per esempio codificato dagli americani nel voluminoso formulario del DSM (ora alla sua quinta riformulazione), si realizza in una tortuosa e complessa cascata di sintomi e segni, di risultati di test psicodiagnostici e di esami di laboratorio, che secondo il principio della conferma o della esclusione (non devono esserci dubbi o incertezze) portano a quella che può essere definita una sentenza, con tanto di condanna, e che conduce alla indicazione di una terapia “democratica”, democratica perché uguale per tutti coloro in possesso della stessa etichetta diagnostica.

I percorsi di studio in medicina insegnano a riconoscere e curare le malattie, anche le più complesse e le più rare, ma non a riconoscere e curare le persone malate, anche le più ambigue ed antipatiche.

Quando si apre un testo di medicina, ci si trova di fronte alla descrizione di malattie, dai nomi più estrosi e impronunciabili, fatte di sintomi, segni, descrizioni anatomopatologiche, esami strumentali e di laboratorio, iter diagnostici e linee guida terapeutiche. Di fronte a tanto anonimato, la sana risposta nevrotico-ossessiva di chi legge è di avere la sensazione che lui, quelle malattie, probabilmente le ha tutte!

La descrizione di casi clinici è sempre più rara: non più le attente descrizioni dei pazienti che hanno fatto storia attraverso la penna dei vari Freud, Bleuler, Jung, Kraepelin, Jaspers, Binswanger] ma la sterile ed anonima elencazione di informazioni strumentali e cliniche, rivolte all’affermazione del resoconto oggettivo.

Sempre negli Stati Uniti, qualche lustro fa era in voga l’esecuzione a tappeto di check-up diagnostici di laboratorio e strumentali su tutta la popolazione sana, nel convincimento di poter scoprire e prevenire patologie non ancora manifeste; si creò una sorta di caccia alle streghe, dove l’intervento terapeutico era mirato a riportare nella normalità il dato di laboratorio alterato, anche in assenza di patologia. Il costo di tale strategia lievitò a tal punto da far riflettere sull’effettiva validità di quanto fatto, in una sorta di accanimento terapeutico sui parametri considerati alterati, e si decise di ammettere l’esistenza di varianti dalla norma, prive quindi di significato patologico.

Perché ricondurre alla validità del metodo scientifico l’unico percorso di conoscenza espressione di verità, quando il metodo scientifico stesso è permeato di pensiero magico?

Se consideriamo la magia quella tecnica dell’animismo capace di assoggettare alla volontà umana i fenomeni naturali, non può senz’altro sfuggire all’osservazione la tendenza a vedere adattata la realtà alle proprie teorie e non viceversa. Questo concilia il disinvolto uso dell’effetto placebo nel testare l’efficacia terapeutica dei farmaci: si verifica la funzionalità di una molecola presunta attiva, basandosi sugli effetti prodotti da molecole neutre (placebo) in soggetti convinti (ingannati) di assumere un farmaco a tutti gli effetti e si definisce valido quel prodotto che produce effetti positivi percentualmente superiori al placebo. Con questo metodo si riesce, tutte le volte, anche a dimostrare che determinati effetti desiderati ed indesiderati si ottengono con l’inganno, in assenza del farmaco stesso.

La decisione di assumere un farmaco, cioè una sostanza da cui ci si aspetta di ottenere benessere, è determinata appunto da un pensiero di tipo magico, dove la fantasia e le rappresentazioni individuali legate al “transfert” che si costituisce creano un nesso causa-effetto di espulsione del male dal proprio corpo. Non siamo molto lontani, a parte gli aspetti scenografici, da un rituale sciamanico.

Siamo insomma di fronte all’onnipotenza del pensiero.

Collodi tratteggia in Le avventure di Pinocchio, così, umoristicamente, la ferrea logica medica del suo, ma anche del nostro, tempo:

E i medici arrivarono subito, uno dopo l’altro: arrivò, cioè, un Corvo, una Civetta ed un Grillo-parlante. – Vorrei saper da lor signori, – disse la fata, rivolgendosi ai tre medici riuniti intorno al letto di Pinocchio – vorrei saper da lor signori se questo disgraziato burattino sia morto o vivo…! A questo invito, il Corvo, facendosi avanti per primo, tastò il polso a Pinocchio: poi gli toccò il naso, poi il dito mignolo dei piedi: e quand’ebbe tastato ben bene, pronunziò solennemente queste parole: – A mio credere il burattino è bell’e morto: ma se per disgrazia non fosse morto, allora sarebbe indizio sicuro che è sempre vivo! – Mi dispiace – disse la Civetta – di dover contraddire il Corvo, mio illustre amico e collega: per me, invece, il burattino è sempre vivo; ma se per disgrazia non fosse vivo, allora sarebbe segno che è morto davvero! – E lei dice nulla? – domandò la fata al Grillo-parlante. – Io dico che il medico prudente quando non sa quello che dice, la miglior cosa che possa fare, è quella di stare zitto. Del resto, quel burattino lì non m’è fisionomia nuova: io lo conosco da un pezzo!… – Pinocchio, che fino allora era stato immobile come un vero pezzo di legno, ebbe una specie di fremito convulso, che fece scuotere tutto il letto. – Quel burattino lì – seguitò a dire il Grillo-parlante – è una birba matricolata…- Pinocchio aprì gli occhi e li richiuse subito. – E’ un monellaccio, uno svogliato, un vagabondo…- Pinocchio nascose la faccia sotto i lenzuoli. – Quel burattino l’ è un figliuolo disubbidiente, che farà morire di crepacuore il suo povero babbo!… – A questo punto si sentì nella camera un suono soffocato di pianti e di singhiozzi. Figuratevi come rimasero tutti, allorché, sollevati un poco i lenzuoli, si accorsero che quello che piangeva era Pinocchio.

– Quando il morto piange , è segno che è in via di guarigione – disse solennemente il Corvo. – Mi duole contraddire il mio illustre amico e collega, – soggiunse la Civetta – ma per me, quando il morto piange è segno che gli dispiace a morire. – (1883)

E’ vero che il medico, a volte, se ne chiama fuori elegantemente, affermando che se non si ottengono risultati non è perché il farmaco non funziona, ma perché è il paziente con la sua volontà ed il suo comportamento ad inficiare l’efficacia della cura. E’ anche vero che, egli stesso medico, anche non volendo, è oggetto di transfert e soggetto di controtransfert, di cui ben conosciamo la potenza.

Non bisogna mai dimenticare che non esistono parole e farmaci più pericolosi o efficaci, ma che è pericoloso o efficace l’uso che se ne fa – anche nella decisione di astenersi dal loro utilizzo: è cura anche questa!

E allora, per mettere al riparo da pericolose iniziative soggettive – come se questo fosse possibile – sono state individuate le cosiddette linee-guida terapeutiche, a cui il medico deve attenersi in relazione ad ogni specifica diagnosi, dirottando la “libertà di cura” dalla terapia suggerita a quella protocollata.

Un esempio recente è rappresentato dal caso Di Bella, a proposito di protocolli terapeutici per i tumori, dove si è venuta a creare una sorta di contrapposizione tra impostori e paladini della verità.

Nella storia della medicina si sono ottenuti traguardi significativi più come conseguenza di controversie provocate dalla bassezza dei sentimenti umani che non con le più rigide ricerche di laboratorio; sono da esempio il vaccino antipoliomielitico, risultato di una personale competizione fra Sabin e Salk, o la identificazione del virus dell’AIDS, frutto di trafugamento di idee ed intuizioni tenute celate per gelosia. E’ la storia che si ripete anche in campo psicoanalitico, con le contrapposizioni personali e le frequenti liti e scissioni che però hanno anche prodotto tanto.

Questo è ciò che si realizza anche nella pratica quotidiana: un mio professore universitario ripeteva spesso che ciò che accade nell’alcova del proprio studio è ben altro rispetto a ciò che si predica e codifica all’esterno.

Tali metodi scientifici si ritrovano anche nella gestione amministrativa della Sanità: in Toscana, ma non solo in questa regione, è stata promossa una incentivazione, sotto forma di gratificazione economica, per quei medici che avessero significativamente contribuito a ridurre la spesa sanitaria attraverso una revisione delle loro prescrizioni di esami diagnostici e di farmaci. Anche questo è un modo, non inconsueto e molto accattivante, e cioè quello di spendere soldi per risparmiare, di far rientrare nella normalità un parametro giudicato anomalo, con l’eventuale assenso della commissione etica di turno.

Per cercare di capire meglio il senso con cui parlo di “normalizzazione farmacologica”, cioè l’uso dei farmaci per riportare alla normalità una o più condizioni etichettate come patologiche, voglio fare riferimento a due patologie che offrono sul versante psichiatrico e su quello psicoanalitico interpretazioni diverse: la depressione e la sindrome da iperattività e deficit di attenzione, appannaggio prevalente quest’ultima della età pediatrica.

La depressione, il male oscuro, il male del secolo, secondo l’epidemiologia psichiatrica interesserebbe nei Paesi Occidentali tra un terzo e due terzi della popolazione, e già qui il criterio statistico la farebbe rientrare tra le condizioni di normalità.

Una delle definizioni psichiatriche della depressione fa coincidere la diagnosi con la descrizione dei sintomi: abbassamento del tono dell’umore, caratterizzato da tristezza, pessimismo, sfiducia in sè stesso, scarsa ideazione, insonnia (l’assenza di questo sintomo esclude categoricamente la diagnosi), abulia, riduzione dell’attenzione, ecc.

Lo sforzo di classificarla con disinvolte, ma allo stesso tempo complesse, combinazioni nel quadro delle nevrosi e delle psicosi, nelle forme reattive ed endogene, la arcinota sindrome bipolare, sembra restare pura accademia, visto che la terapia proposta, anzi il protocollo terapeutico, è quello psicofarmacologico.

La medicalizzazione del trattamento, basata su una semiologia semplificata, banalizza la depressione, e prescindendo dalla storia clinica del paziente, dal suo vissuto affettivo ed emotivo, non richiede la comprensione più approfondita di ciò che avviene nel malato. Anche lì dove i farmaci antidepressivi hanno una influenza evidente sui fenomeni della disposizione affettiva, e diventa indispensabile esplorare ed osservare questi fenomeni, la parola degli psichiatri, resa povera e priva della capacità di evocare immagini congrue, fa sì che ogni emozione si presenti grossolana, carente com’è di quei riflessi che la distinguono da altre immagini.

Una suggestiva descrizione letteraria della depressione ce la propone Herman Melville, attraverso le parole di Ismaele, nella prima pagina del libro Moby Dick:

Ogni volta che mi accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andare dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare per terra metodicamente il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato alla pistola e alla pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero. Quasi tutti gli uomini nutrono, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano. (1851)

La tendenza alla cronicità della depressione, all’insorgenza della melanconia, induce la medicina a rinunciare all’idea di guarigione, di “restituito ad integrum”, a favore del tema della qualità della vita: ricondurre il paziente all’azione, all’efficienza, prolungando la terapia in modo indefinito, nel tentativo continuamente frustrato di impedire le ricadute; è come se, con il suo effetto silenziatore, tenga a bada i conflitti, sostenendo ortopedicamente le persone, ma rendendole cieche ai processi conflittuali che sostengono i loro stessi sintomi. In quest’ottica la guarigione coincide con l’intervallo tra un episodio depressivo e quello successivo.

Per sopravvivere nella nostra cultura occidentale, dove tutto è troppo “fast” – come scrive Stefano Mistura nell’introduzione al libro di Pierre Fèdida Il buon uso della depressionebisogna accettare un buon grado di pazzia: essere frenetici, spendere, essere ottimisti, consumare, sprecare distruggere, essere ipercomunicativi, produrre continuamente fatti ed idee, non fermarsi mai. Questa capacità maniacale della psiche coincide esattamente con lo sviluppo del nostro Io, anzi siamo identificati a tal punto con l’Io che non vediamo questo come sindrome. Consideriamo invece come sindrome la lentezza, la tristezza, l’aridità, l’attesa, e la chiamiamo depressione. (2001)

Il fatto è che per la psicoanalisi si tratta di interrogarsi senza sosta intorno ai modi e i margini estremi del pensare, del dire, del vivere, del sentirsi abbandonati e lacerati. Vorrebbe tentare di fissare i contorni di una identità di frontiera, sede di lotta fra il dentro ed il fuori.

André Haynal, facendo eco a Winnicott, nel suo libro Il senso della disperazione scrive che la psicoanalisi ci fa vedere come noi siamo costretti a vivere con i nostri demoni, nel senso che questi non possono essere espulsi o soffocati: risultano preziosi perché sono un attributo dell’esistenza umana; la traccia della nostra perdita, lo stato di abbandono senza risorse di Freud, ci accompagnerà sempre.

E’ la storia clinica del paziente che ci riconduce alla sua realtà, non a quella degli psicofarmaci, che sono altro.

La capacità all’ascolto e l’ascolto stesso richiedono tempo, perché la depressione, come la definisce Fèdida, è una malattia umana del tempo; l’ascolto riesce a soppiantare il presupporre interpretativo e rende possibile superare quella narcisistica ed onnipotente tendenza a ritenere che il futuro del paziente ci appartenga.

Così si è espresso Bion in un celebre passo de Il cambiamento catastrofico:

Mi ci è voluto molto tempo per convincermi che era necessario spogliarmi di memoria e di desiderio e più ancora ce ne volle per cogliere il vizioso effetto che ha sull’osservazione il bisogno di capire a tutti i costi. Tale bisogno è un particolare aspetto di intrusione […] Man mano che divenni più capace di far tacere i miei giudizi, mi accorsi che riuscivo a cogliere l’evidenza che c’era, piuttosto che lamentarmi dell’evidenza che non c’era. Quando le mie orecchie divennero più abituate al silenzio, piccoli suoni divennero più facili da udire. Mi ricordai di un’analogia che Freud usò, quando scrisse che doveva artificialmente accecarsi per poter dirigere il più debole barlume di luce in una situazione molto oscura. Imparai a considerare l’importanza del silenzio per ascoltare i “deboli suoni”. Ciò funzionò. E cominciai ad ascoltare suoni che un tempo non sarebbero stati avvertiti. (1974)

Pazienza e tempo sono condizioni indispensabili per chi vuol prendersi cura delle persone depresse, e i medici ne hanno sempre così poco: non forzare la realtà psichica, non essere intrusivi, ma disponibili a presentarsi al tempo giusto e a rispettare la capacità di cammino dell’altro, senza accelerazioni, in un tempo in cui non si pensa alla fine, in un tempo che sposta le conclusioni fuori da ogni spinta progettuale affidata a tecniche che sanno calcolare durata e passaggi, in un tempo in cui conta la capacità che Rainer Maria Rilke riconosce al paralitico in una delle Storie del buon Dio, intitolata La canzone della giustizia:

Dio vi ha destinato, Ewald, ad essere, in mezzo a tanto turbinio frettoloso, un punto fermo e tranquillo. […] Voi, amico mio, voi ve ne state lì seduto accanto alla finestra, e attendete, e a chi attende, finisce sempre per capitare qualcosa. Il vostro, è un destino privilegiato […] da voi, tutto deve venire. (1900)

Se da un lato il depresso, quindi, è fuori della normalità per la sua aridità ed inattività e va riattivato ed accelerato, il bambino affetto dalla sindrome da iperattività e deficit di attenzione sembra esserlo per la sua esuberanza ludica e scolastica, e per questo va rallentato e calmato.

In un recente articolo di una rivista pediatrica si legge: “La malattia interessa dal cinque al dieci per cento almeno dei bambini in età scolare, con drammatiche ricadute sui loro genitori, sugli insegnanti, sui pediatri. Se non trattata espone il bambino ad un destino caratterizzato da isolamento sociale, basso livello scolare, disturbi psichici secondari, con rischio di alcoolismo, consumo di droghe, emarginazione sociale e criminalità”. (2001)

I disturbi psichici a cui si fa riferimento sono così elencati, in ordine di frequenza: disturbi oppositivi-provocatori, disturbi della condotta, disturbi ansioso-depressivi di vario tipo, disturbi specifici di apprendimento soprattutto non verbale, disprassia, ritardo mentale lieve, disturbi del sonno, tic e balbuzie, disturbi generalizzati dello sviluppo. (2001)

Di fronte ad un elenco simile, che raccoglie i tre quarti delle patologie descritte in un trattato di psichiatria, viene proposta, suggerita, fortemente consigliata, la reintroduzione di un farmaco tutto fare, il metilfenidato, già in uso negli anni Sessanta e rispolverato dalla solerzia dei pediatri statunitensi che ne fanno attualmente ampio uso.

Questa sorta di predizioni catastrofiche a catena rendono difficile, se non impossibile, l’accettazione di una eventuale convivenza con una condizione la cui cura possa avere una certa durata; viene così inibito il pensiero che pone la domanda circa il significato della comparsa di alcuni sintomi, catalogati a priori come una sindrome piovuta dal cielo per opera della Divina Provvidenza, o, più scientificamente, malattia inscritta nel nostro patrimonio genetico, piuttosto che importante segnale di disagio.

La sorte di questi bambini terribili, di queste “amabili” pesti, sembra sia segnata come il contagioso morbo di cui sono portatori.

E certamente sarebbero contenti i genitori, alle prese con la loro incapacità di esprimere al momento giusto accoglienza e autorevolezza, gli educatori, affannati e frustrati nel mantenere l’ordine in classe ed impedire che vi siano ritardi nella esecuzione dei programmi ministeriali, i pediatri, impreparati ad opporre una terapeutica resistenza, fatta di riflessioni e valutazioni personalizzate.

La figura del soggetto, considerato malato per la scomodità e l’intralcio che rappresenta, resta soffocata oltre che dal farmaco, anche dall’egocentrismo di chi si prende cura del suo futuro e sembra fare la fine della pulce che, in un laboratorio di ricerca, viene progressivamente privata di tutte le sue zampe, e, sollecitata con un megafono a saltare, con la sua acquisita impossibilità a farlo, conferma la teoria dei ricercatori, secondo cui la perdita delle zampe rende questo insetto sordo.

Riferimenti bibliografici

Collodi C. (1883), Le avventure di Pinocchio. Ed. C’era una volta, Pordenone 1991, pag. 54
Bion W.R. (1974), Il cambiamento catastrofico. Trad. it. Loescher, Torino 1981, pag. 55
Gonciarov I. (1859), Oblomov. Trad. it. di E. Lo Getto – Mondadori, Milano, 1964, pag. 245
Haynal A. ( ), Il senso della disperazione. Trad. it. di Feltrinelli, Milano, 1980
Melville H. (1851), Moby Dick. Trad. It. Di C. Pavese -Mondadori, Milano 1972, pag. 27
Mistura S. (2001), Introduzione a Fèdida P., Il buon uso della depressione. Trad. it. di D. Tarizzo – Biblioteca Einaudi 2002, pag.XVIII
Musil R. (1930-1933), L’uomo senza qualità. Trad. it. di A. Rho, G. Benedetti, L. Castoldi –Einaudi, Torino, 1996, pag.
Rilke R.M. (1900), Storie del buon Dio. Trad. it. In ID, Prose – Sansoni, Firenze, 1967, pag. 520
Rivista “Occhio clinico in Pediatria, Ritorna in scena il metilfenidato. UTET Periodici, 2001, n. 6, pag. 6
Rivista “Occhio clinico in Pediatria, Molta attenzione, poca impulsività. UTET Periodici, 2001, n. 2, pag. 5

Conferenza tenuta presso l’Istituto Gradiva, in Firenze, il 21 settembre 2002.

Massimo Caluori

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